martedì 18 gennaio 2011

ANATHEMA - ESTRAGON (Bo)


Quando gli Anathema salgono sul palco dell’Estragon li guardo uno ad uno prendere posto e subito mi viene in mente la parola politeness, che in inglese sta per un modo di fare altamente rispettoso e che, per questo, mette i presenti a proprio agio. Ma il loro rispetto per il pubblico non è una questione di formalismi: è fatto di precisione, professionalità, di costante pienezza del suono. Non solo ci si sente a proprio agio, sotto il palco dell’Estragon, ma ci si lascia rapire.

Sappiamo di essere qui per ascoltare “We’re here because we’re here” ma gli Anathema cominciano da ben più lontano e, come se ci fosse un tacito accordo tra noi e loro, nessuno sembra particolarmente ansioso di arrivare ai pezzi più recenti. Il magnetismo della solida triade formata dai fratelli Cavanagh ci lascia inermi, ma pienamente fiduciosi.

Si parte dalle forti “Deep” e “Pitiless” per poi passare alla struggente e amara “Forgotten Hopes “ e a “Destiny is dead”. Si fa poi un passo indietro ad “Alternative 4”, prima con la coinvolgente “Empty” e poi con “Lost Control”, con la quale si risvegliano immediatamente emozioni e ricordi lontani. Il violino ci riporta con un’incredibile facilità a dieci e più anni fa, come se facesse inevitabilmente cortocircuito con le nostre emozioni, e ci conduce a “Destiny”.

È quasi impossibile distrarsi. Il magnetismo si fa ancora più forte nei pezzi di “A natural disaster” (“Balance”, “Closer” e l’omonima “A natural disaster”) con i quali arriva anche la voce delicata e avvolgente di Lee Douglas. Poi ancora “Judgement”, “Temporary Peace” e “Flying”. “Are you there?” in versione acustica segna il confine tra la reinterpretazione, matura e professionale, del lungo percorso degli Anathema e la complessità che caratterizza il loro nuovo lavoro: “We’re here because we’re here”.

I pezzi di “We’re here because we’re here” sono permeati da un gioco di contrasti sonori ed emozionali che gli Anathema riproducono in modo magistrale dal vivo. La seconda parte di concerto è nutrita dalla tensione tra uno ying e uno yang che necessariamente si completano e che non può che trovare nei duetti tra Vincent Cavanagh e Lee Douglas la sua realizzazione più evidente. Il titolo stesso del lavoro rivela l’estrema consapevolezza della condizione umana: We’re here because we’re here, siamo qui perché siamo qui, non abbiamo scelto ma dobbiamo vivere comunque. E così, viviamo tra entusiasmo, fiducia, sollievo, incoscienza, spiritualità e la complessità dei rapporti (le atmosfere di “Thin Air”, “Summernight horizon”, “Dreaming light”, “Everything” e “Angels Walk Among Us”) e il turbamento, il dubbio, la rabbia strisciata tra i denti, la malinconia (“Presence”, “A simple mistake”, “Get Off, Get Out”, “Universal”, “Hindsight”).

Non siamo più semplicemente rapiti dall’incredibile atmosfera che si è creata durante l’intero concerto. Ne siamo diventati parte integrante. I pezzi di “We’re here because we’re here” raccontano molto di noi, delle nostre contraddizioni e di come riusciamo a metterle insieme nell’unicum della nostra esperienza personale, così particolare, eppure, così condivisa. Mai come in questo album gli Anathema arrivano a rendere la complessità attraverso il suono. Uno dopo l’altro, i pezzi del nuovo lavoro tirano i fili della loro intera produzione portando sul palco tutta la loro maturità. Eppure, non c’è soluzione di continuità tra il vecchio e il nuovo. C’è sintesi. C’è crescita.

see original post@ http://www.loudvision.it/musica-concerti-anathema-concerto-bologna-treviso-estragon-new-age-club--641.html

picture by Enrico http://pizzamargherita.blogspot.com/2010_11_01_archive.html#2851439645107004521

sabato 15 gennaio 2011

TRIVISION – Muoversi nel liquido




(2010 – Indeed! Record)

Sito web ufficiale http://www.trivision.cc/




Tracklist:
1. Tra Le Sue Braccia Un’altra Sera
2. Involucro
3. Negativa
4. Anno 09
5. Cronotopo I
6. Cronotopo Ii
7. Zanapra
8. Ore Riflesse
9. Fiume Nero
10. Quello Che Non C’è
11. Venere
12. Dentro La Crisi

Per muoversi nel liquido ognuno di noi adotta la propria tecnica coerentemente con le proprie capacità e la propria confidenza con il liquido in cui si è immersi. Si può annaspare oppure si può disegnare movimenti fluidi con gambe, braccia e corpo intero, come nelle squadre di nuoto sincronizzato. L’album dei Trivision, “Muoversi nel liquido”, non corrisponde a nessuno di questi due casi estremi. I giovani lodigiani ci consegnano un’opera prima che non è impacciata nè ingenua ma che, nonostante tutto, sa definitivamente di esordio.

Abbandonate le produzioni in inglese del loro primo periodo, i Trivision fanno convergere alternative rock, nu metal, un po’ di power e un po’ di metal classico in 12 pezzi cantati in italiano ma non tutti ugualmente convincenti, né coinvolgenti. Le sonorità sono forti ed accattivanti, certamente di impatto. Portare insieme tanti strand e tante derivazioni non è facile ma i Trivision ci riescono bene per quasi tutto il disco. Ciò che meno convince è la linea vocale, troppo spesso pulita e non totalmente coerente con la struttura musicale complessa dei pezzi. Poco screamo, ne servirebbe di più. Troppo polite, quando invece si potrebbe osare. “Muoversi nel liquido” funziona meglio con i ritmi più lenti, convince di più quando si crea un’atmosfera intima piuttosto di quando vuole “spaccare”. Ma i Trivision sanno fare bene, lo dimostra la chiusura del lavoro –“Dentro la crisi” – che graffia, urla e, in definitiva, comunica molto di più del resto del disco. Sono proprio i due pezzi più estremi, la cattiva “Dentro la crisi” e la bella “Zanopia” a rivelare il potenziale del gruppo sia da un punto di vista vocale sia strumentale. Il mixing-up di generi ed influenze è il loro tratto distintivo e, senza dubbio, il tentativo di creare una propria unicità reinterpretando ciò che piace è apprezzabile ed ammirabile. Riescono meglio nella seconda parte del disco, da “Zanopia” in avanti, piuttosto che nella sequenza iniziale di brani dai testi un po’ troppo semplici (le parole sembrano prese solo per il suono che hanno e meno per quel che significano) che poco collimano con ritmi molto serrati.

Non è facile muoversi nel liquido. Anche quando si pensa di aver acquisito un po’ di sicurezza poi si può scivolare, ma non fa niente: è solo l’inizio. L’importante è riprendere il movimento dopo ogni sbavatura tendendo non tanto alla perfezione (questi ragazzi sono bravi, si sente) ma all’armonia e alla coordinazione…perché è nell’insieme armonico e coordinato delle singole parti che il movimento nel liquido affascina. Proprio come nel nuoto sincronizzato.

lunedì 10 gennaio 2011

L'UOMO DEL 2011. A QUATTRO DIMENSIONI.




Non abbiamo fatto in tempo ad abituarci alla modernità del 3D che già passiamo ad un livello superiore di complessità. Per un 2011 felice e soddisfacente, l'uomo deve andare oltre ed essere a quattro dimensioni: uno, hi-tech; due, cura del corpo; tre, total look poliedrico; quattro, accessori da far invidia alle anche signore più composte. E' lungo queste quattro dimensioni che individuiamo il nuovo uomo: non più un toy-boy che vive di luce riflessa del potere delle donne che lo scelgono ma un autonomo e vero professionista, nel lavoro, nella cura del sé, nello stile e nella scelta dei dettagli che ne definiscono la personalità. Un adulto, un grown-up man.

Il grown-up man di tendenza fa della tecnologia il suo punto forte. Il suo telefono è di ultima generazione, tecnologia DSFA (Dual Sim Full Active) che permette di avere due sim contemporaneamente attive, come quelli proposti da NGM - New Generation Mobile. Attenzione: vi dirà che una è per il lavoro e una per il privato ma assicuratevi di avere entrambi i numeri - va bene che è cresciuto, ma sempre di maschio si tratta! Al computer il grown-up man preferisce piattaforme interconnesse, un comodissimo e ultraleggero i-Pad, con il quale non solo smaltirà velocissimamente la posta elettronica ma potrà scorrere tutte le foto dei suoi viaggi attirando (senza volere, si capisce!) l'attenzione di sguardi femminili (indiscreti, si capisce!). Non solo: grazie alla tecnologia, il grown-up man unirà l'utile al dilettevole - farà sempre meno fatica per andare in palestra ma si terrà comunque in forma, direttamente da casa, con la sua XBox o la sua Wii, adeguatamente attrezzate di pacchetto fitness. Non potrete certamente dargli del pigro, ma tenetelo comunque d'occhio: l'importante è che non passi dal fitness all'ultima versione di Super Mario Bros dopo solo 5 minuti.

Oltre al corpo, il grown-up man a quattro dimensioni si cura del suo viso. Basta con le odiose sopracciglia "ad ali di gabbiano" che conferiscono un'unica, bambolesca espressione. Via libera alle sopracciglia corpose e alla barba, soprattutto a quella dei 2-3 giorni, adeguatamente curata (per evitare l'effetto-clochard) ed accompagnata da attività intense di "soppressione delle occhiaie", magari con l'aiuto di prodotti facilmente rintracciabili come il Cryo-Stick anti occhiaie e anti borse di Vichy Homme. E se comincerà a minacciarvi dicendovi che sta per perdere tutti i capelli per colpa vostra e dei vostri capricci, voi non credetegli: sicuramente usa trattamenti che irrobustiscono il fusto, donano lucentezza ed allontanano lo spettro della calvizie, come quelli proposti da Kerastase Homme. Per farvi perdonare dei vostri eccessi, gettatevi tra le sue braccia e fategli mille coccole, godendovi il profumo del suo corpo, meglio se Bleu, di Chanel.

Completa lo stile un po' bourgeois-bohème un total look poliedrico, forse eccentrico, ma senza dubbio non da manichino. Il grown-up man 2011 non ama la rigidità ma gioca con i capi, anche quando è in ufficio - come mostra il look per l'inverno 2011 di Costume National Homme o quello un po' preppy di Prada. Fuori dall'ufficio si va dal look gitano di Ferragamo a quello totalmente freak proposto da Vivienne Westwood, modernamente a metà tra uno scolaretto punk e un guerriero celtico con gusto fluo. Andremo letteralmente pazze per quest'uomo consapevolmente eccessivo e aggressivo solo all'apparenza, come quello di Versace, e intellettualoide come quello di Etro.

Viaggiatore, sognatore, appassionato e misterioso non dimentica di arricchire il suo look con borse capienti, che sembrano rubate a noi signore (ma che addosso a lui non stonano affatto) come quelle mostrate da John Richmond nelle passerelle invernali. Classico, chic, alla mano cinge con le sue forti dita (allenate tenendo strettamente in mano il telecomando della Wii, ovvio!) la pelle della borsa da viaggio dell'ultima collezione uomo Vuitton o Gucci.

Ci piace quest'uomo "cresciuto". Avrà sempre bisogno di un nostro consiglio ma, almeno, non dovremo fargli da mamma. Ci divertiremo a commentare le sue scelte, a viaggiare insieme, a "mescolare" i look e i gusti, come si fa quando si è consapevolmente cresciuti. Basta ragazzini: avranno anche tante energie, ma sicuramente ci stancano prima. Meglio un uomo grown-up, educato, elegante, che sappia come offrirci il braccio per portarci a cena… e che non si aspetti che paghiamo noi!

UN'ALTRA MODA E' POSSIBILE

Sappiamo che si può fare. Le centinaia di migliaia di persone che ogni giorno si impegnano per mostrare che "un altro mondo è possibile" (e forse anche più desiderabile) ne sono la prova: si può vivere in equilibrio nel mondo globale.
In effetti, sembra che abbiamo perso un po' tutti la bussola scavalcando la soglia del nuovo millennio. Probabilmente è perché l'aria in questa parte dell' "era globale" è rarefatta - e non di certo per l'altitudine, quanto piuttosto per l'inquinamento. O forse perché guardiamo talmente tanto avanti che quello che abbiamo qui e adesso ci sfugge proprio e lo calpestiamo indifferenti.

Parola d'ordine: riequilibrare per ritrovare il senso. La moda non può non adeguarsi. Si sperimentano così percorsi alternativi, come quello di YOSHIKI HISHINUMA e della sua moda organic, biologica, in sintonia con la natura. Il suo look è "total-mente in equilibrio". E' un total look realizzato nel rispetto della natura che, in cambio, ci ringrazia trasmettendoci le sue virtù dalla testa ai piedi. Sì, perché Hishinuma non solo usa fibra di cotone organico per i suoi modelli ma li colora con tinte che provengono dalle piante, in modo che possiamo assorbire (proprio come se la pianta fossimo noi) le proprietà benefiche dell'ambiente. Vestiamoci allora di azzurro estratto dalla Gardenia che ci aiuta a combattere l’ansia; col rosso che gocciola dal fiore di Hibiscus (secondo la tradizione Hawaiiana quando viene messo tra i capelli allontana il diavolo); col viola della dolce blackberry per avere vitamina A e C; col beige del Brown Rice che ci trasmette i benefici dei minerali essenziali; e col grigio Sesamo che favorisce la longevità.

Ma il look di Hishinuma è anche una questione di "mente". Non è un caso se la collazione di Hishinuma si chiama "The Mobius strip". L'anello di Mobius è un oggetto misterioso, dalle proprietà mate-magiche: se si percorre la sua superficie con un dito si torna al punto di partenza senza mai staccare il dito. Come a dire, cari lettori, "what goes around comes around" - ricevi quel che dai. Siamo un tutt'uno con la natura. Hishinuma tesse di questa saggezza i suoi capi che risultano essenziali, dalle linee pulite ma, nello stesso tempo, morbidi, sereni.

Un'altra moda è possibile, una moda che prende dalla natura il giusto e concede a noi di portarci sulla pelle il buono che c'è nel mondo. Non sbuffi chi pensa che questa sia l'ennesima forma di contestazione. Questa non è contestazione. E' una forma elegante di geniale buonsenso.

DECENARIOS – DIECI PICCOLE PREGHIERE DMODA

Alzi la mano chi non ha mai visto La sposa cadavere di Tim Burton. Male. Andate a vederlo. Subito. Tra quelli che sono ancora seduti qui davanti, avidi di conoscere le ultime tendenze in fatto di accessori… Alzi la mano chi sa qual è l’elemento di paradosso de La sposa cadavere di Tim Burton. Ve lo dico io se non lo sapete: il mondo dei vivi è buio, scuro, triste; il mondo dei morti è colorato, rumoroso, roboante. Da dove viene questo paradosso? Dalla cultura latino-americana, nella quale la religiosità (e la morte, per prima) è colore e movimento, pervade ogni angolo delle strade e della normale quotidianità. Guardate un quadro di Frida Kahlo e capirete esattamente quello di cui sto parlando. Il Sud America è colore, anche nella tristezza della morte e nella concentrazione della spiritualità.

Forse anche noi sentiamo il bisogno di colorare un po’ l’inverno e, perché no, anche di dargli un po’ di “spiritualità”, perché sembriamo tutti impazziti per i piccoli Decenarios, braccialettini di filo colorato dai quali pende una croce che, necessariamente, finirà per sbucare anche dalla manica del tailleur più composto di tutti. Shakira li ha messi per prima (guarda caso, lei è sudamericana) e ha dato il calcio d’inizio, è proprio il caso di dirlo, a questa tendenza durante gli ultimi mondiali in Sud Africa. I Decenarios altro non sono che piccoli intrecci di fili colorati che ricordano i rosari da polso, “quelli da 10 ave marie”, come li chiama mia nonna. Scegliere un colore significa scegliere un significato diverso: rosso (passione, emozione, azione, amore); azzurro (armonia, affetto, amicizia, fedeltà); verde (speranza, natura, gioventù, desiderio, riposo, equilibrio); giallo (piacere, vita piena, creatività); arancione (gioia, festa, piacere, aurora, presenza di sole); rosa (ingenuità, bontà, tenerezza, sentimento, assenza di ogni male); viola (calma, autocontrollo, dignità, aristocrazia); bianco (innocenza, pace); nero (serietà, nobiltà); grigio (modernità).

Ognuno scelga i suoi e ne scelga anche tanti, perché i Decenarios si portano necessariamente in quantità elevate senza però stancare né sembrare esagerati. Sarà che ci ricordano quando eravamo piccole e di braccialetti colorati ce ne mettevamo tanti. Oppure sarà che nel nostro buio, scuro e triste occidente un po’ di colore e di piccole preghierine che ci facciano trovare dentro di noi le nostre qualità (una per colore) male non fanno.

Un mondo di gusti al Salone di Torino

Si è chiusa ieri a Torino l’ottava edizione del Salone del Gusto, l’Expo del buon mangiare, del buon bere e, sempre di più, dello “stare insieme”. Un’edizione da record: con più di 200 mila presenze, 30% delle quali straniere, questa manifestazione si consacra definitivamente non più solo come la celebrazione di una delle nostre tante eccellenze (l’enogastronomia). Al contrario. Il Salone del gusto celebra il gusto a tutto tondo, in modo globale o, meglio, glocale – come testimonia il gemellaggio con Terra Madre, rete mondiale di iniziative per una “produzione alimentare locale, sostenibile, in equilibrio con il pianeta e rispettosa dei saperi tramandati di generazione in generazione”.

A Torino il mondo dei gusti non si percorre più “per temi” ma “per luoghi” di produzione. Attraverso le vie disegnate dagli incroci dei vari espositori raggiungiamo le origini del cibo, del vino, del pane e della verdura e, mentre si torna ai punti di partenza, si finisce in tutto il mondo. Dalle Dolomiti, dove con acqua fresca e ghiaccio tritato finemente (come neve) si realizza lo sfizioso sorbetto alla birra, a tutti i luoghi della nostra Italia rappresentati nei presìdi Slow Food, che difendono le nostre particolarità culinarie dalle cattive abitudini e, forse, anche dalla nostra noncuranza. Per non dimenticare ci viene in soccorso anche la tecnologia: i presìdi sono dotati di codice QR – un “riquadro magico” da fotografare con cellulare e decodificare tramite Internet per accedere in modo facile e veloce a tutte le informazioni del presìdio e a un archivio di ricette realizzato per l’occasione.

Ma, camminando lungo le vie dei padiglioni del Lingotto quest’anno si ritrovano anche presìdi internazionali, che fanno convergere in un piccolo spazio un numero incredibile di novità: specialità africane come il caffè selvatico della foresta Harenna, che in Etipia le famiglie tostano e servono agli ospiti con ritualità e gratitudine; le ortiche essiccate della foresta Kenyota del Mau, minacciate dalla deforestazione; lo yogurt dei Pokot alla cenere, col suo colore grigio chiaro e il suo gusto migliorato proprio dalla cenere. Si vola nel lontano Tajikistan per mangiare confetture o bere sciroppi di Gelso del Pamir o nella Nuova Caledonia, per gustare taro ed igname, tuberi gustosi ma sostituiti da riso e pane d’importazione.

C’è da perdersi, al Salone del Gusto. E, mentre ti perdi, ti ritrovi a bere un bicchiere di pregiato Château Musar dal Libano, di vini aromatici dalla Nuova Zelanda… o un buon vino italiano, di quelli che mai dovremmo dare per scontati. Mai naufragar fu più dolce, in questo mare di umanità, bellezza, salute, conoscenza reciproca e… piacere. Per una nuova geografia del Pianeta, come dice lo slogan del Salone di quest’anno. Senza dubbio, buona.

Biglietto da visita? Non serve, basta portare i jeans.

Cogito, ergo sum. Penso, dunque sono. Demodé. Oggi si dovrebbe dire: Connected, ergo sum. Sono connesso in Rete, dunque esisto. Sono lontani i tempi in cui Internet sosteneva le nostre relazioni a distanza, senza spazio e senza tempo. Ora la logica dell’online-offline si rovescia e l’incontro nella vita vera serve a favorire la costruzione di relazioni in Rete, che sembrano più importanti, sostenibili e gestibili delle amicizie “reali”. Un tempo, professionisti di ogni sorta si scambiavano biglietti da visita come primo passo per future collaborazioni. Oggi, la tecnologia permette a chiunque di lasciare il proprio “biglietto da visita”– ma non si tratta tanto di informazioni su di noi, quanto sul nostro Avatar: Skype name, profilo Facebook e My Space, account Twitter (ma anche numero di telefono). Tutto ciò che serve non solo a “rintracciarci” ma, più verosimilmente, a “seguirci”. Come si fa? Con la cosiddetta tecnologia Poken integrata in piccoli device portatili che contengono i dati del nostro Avatar. Simili a piccole chiavi USB come quelle che siamo abituati a usare ogni giorno, i Poken vengono caricati con i nostri dati (certo, solo quelli che vogliamo noi, ma trattandosi del nostro Avatar… che paura possiamo avere di metterne in mostra il più possibile?) e messi in comunicazione con altri Poken, realizzando uno scambio generalizzato di informazioni via onde radio ed aumentando il nostro “potenziale di connessione” nel mondo virtuale.

Ma quella che può sembrare una naturale evoluzione del modo di costruire pubbliche relazioni in una tecno-società come la nostra si basa su un presupposto alquanto bizzarro: i Poken, per scambiarsi informazioni, devono sfiorarsi. Come a dire: ci dobbiamo toccare per far partire la nostra relazione virtuale. E così, nascono i jeans “porta-Poken”, in vari modelli, per lui e per lei, come quelli di Angel and Devil, marchio nostrano made in Puglia che “integra” Facebook nel taschino del jeans. Angel and Devil non si inventa il Poken, si inventa il jeans che lo “trasporta” e che fa da filtro agli “sfioramenti” che ci serviranno per scambiare i nostri dati. Il jeans, dice il brand, comunica. La scia seduttrice non è più quella del profumo, ma quella delle onde radio attraverso le quali pubblicizziamo il nostro profilo online. Forse un po’ glaciale: ma quello sfregamento di fianchi per dirsi “mi ritroverai su Facebook” riporta un po’ di umanità in tutto questo. Dopotutto, si tratta sempre di relazioni.

Certo è che se io avessi il coraggio di avvicinarmi all’uomo dei miei sogni ed avessi l’ardire di sfregargli il mio fianco addosso, probabilmente non lo farei per iniziare una trasmissione dati ed accontentarmi di seguirlo su Twitter. Ma forse io ragiono ancora con la testa di chi lascia un cartoncino filigranato durante le conferenze perché ho trovato interessante il mio interlocutore o il numero di telefono scritto su un pezzetto di carta solo a chi mi è piaciuto veramente. La mia paura più grande? Non la violazione della privacy, né il fatto che bisogna ripensare attentamente le relazioni nella nostra tecno-società. Piuttosto, temo un mondo affollato esattamente come quello in cui viviamo ma pieno di gente con jeans-porta-Poken e nel quale, ogni volta che sbatti contro qualcuno (tipo sul bus tutte le mattine), poi si saprà sempre che fai, dove sei, e “a che cosa stai pensando”.