venerdì 9 settembre 2011

LOST APE OF KILLA - Lost Ape of Killa

(2011) Autoproduzione

Tracklist:
1. We Still Got A Voice To Scream
2. Self-Forgiver
3. Bloodshed
4. Toys
5. Please Insert Coin
6. Distracted

7. Unmasked Secrets




Arrivati ormai a Settembre, con un’estate che ha faticato a decollare, con le ferie ancora un po’ lontane si diventa quasi insofferenti e dare alle nostre giornate la giusta accelerata diventa quasi impossibile.

Offro un antidoto: l’EP omonimo dei Lost Ape of Killa, band giovane e talentuosa di Catania che ci regala una personale ed efficace sequenza di brani tra il nu ed il metal core. Neppure questa volta voglio mettermi a discutere con i puristi che rifiutano, per principio, la next-generation underground. Anche perché, a dire il vero, come spesso accade è difficile etichettare in modo univoco la produzione di band come i LAoK.

Me li immagino, giovani siciliani sognatori, seduti insieme ad ascoltare i System Of A Down (ma forse anche i Disturbed, i Dream Theater, i Korn, gli Anathema, gli Staind…) e a pensarsi come una band capace di stare al centro di tutte queste influenze.

E così, Lost Ape of Killa ci arriva come lavoro ancora leggermente acerbo in alcuni tratti, ma apprezzabile. We still have a voice to scream apre la sequenza dei 7 brani in maniera decisamente aggressiva e mi stupisce quando vira sui toni di Chop Suey! dei System, riproponendo il modello tipico della (ahimé) ormai lontana band armeno-americana che costruisce molto sul dualismo vocale tra il canto in chiaro e una linea vocale decisamente di potenza.

Self forgiver segue con decisione alla prima traccia, amplificando i toni vocali forti, mentre Bloodshed riporta un maggiore equilibrio tra le due anime del lavoro. Toys, invece, interrompe un po’ la sferzata pesante e mostra la competenza della band anche sul melodico mentre Please insert coin, breve strumentale, mostra la sapienza dei LAoK che risultano estremamente comunicativi e potenti anche senza parole.

I toni si alzano nuovamente con Distracted, tornando ad un buon equilibrio tra il canto pulito e la linea vocale più potente, ma trovando un migliore equilibrio anche tra voce, in generale, e strumentali. L’EP si chiude conUnmasked Secrets, più rilassata e piegata al melodico, ma più sofisticata delle altre tracce. Forse la migliore del lavoro, mi ricorda per alcuni tratti alcune ultime produzioni degli Anathema.

Lost Ape of Killa è un buon EP, e i LAoK hanno energia e talento per crescere. Penso che a volte l’aggressività sia un po’ troppo spinta, mentre funzionano perfettamente in pezzi come Unmasked Secrets dove forse la forza di voce e musica non è violenta come nelle tracce di apertura del lavoro ma arriva, quasi in maniera penetrante, e rimane di più.

Come sempre, I stay tuned, in attesa di nuovi lavori, ed auguro ai LAoK un futuro brillante.

venerdì 1 luglio 2011

RAVENSCRY - One Way Out



URL di riferimento: http://ravenscryband.com


(2011) Wormholedeath/Dreamcell 11

Tracklist:
1. Calliope
2. Elements Dance
3. Nobody
4. A Starless Night
5. Redemption I - Rainy
6. Redemption II - Reflection
7. Redemption III - Far Away
8. Embrace
9. Journey
10. Back To Hell
11.This Funny Dangerous Game
12. My Bitter Tale


Tengo One way out, recentissimo lavoro dei Ravenscry, tra le mani come un piccolo gioiello di opale nera, circondato da una sottile ma solidissima catena d’argento. Piccolo, perché forse i Ravenscry non hanno ancora l’eco di band più celebri (c’è chi li ha paragonati agli Evanescence, ai Lacuna Coil o anche ai Within Temptation); ma prezioso, credetemi. Prezioso, perché è un album che si ascolta tutto d’un fiato e anche più volte di fila ma, soprattutto, perché riporta ad uno splendore un po’ perso in Italia il connubio tra la chitarra dura e la voce melodica femminile senza sfondare nel pacchiano, come spesso capita. Di questo gioiello, la voce di Giulia è perfezione e sofisticatezza allo stesso tempo, è la profondità del nero opale; mentre la linea musicale degli altri quattro membri sostiene e tiene insieme l’intera opera.

One way out è difficile da etichettare: è goth, è rock, è metal ed, in alcuni punti, elettronico ed industrial. Di sicuro è il gioco degli opposti: riff pesanti, ritmi sostenuti (basso e pedale della batteria sono penetranti a dir poco), voce melodica e potente. Questo è un gran bel lavoro ed è confezionato, letteralmente, in maniera più che professionale. Fulcro dell’intera opera è la suite Redemption, dialogo madre-figlia complicato e coinvolgente. Ripartita in tre momenti, la suite costituisce uno degli elementi più interessanti del lavoro: Rainyè struggente, delicatamente gelida e triste. E’ la madre. Reflection rappresenta la fase di mediazione tra le due donne e diventa epica in alcuni tratti. Far Away è il grido energico di libertà della figlia, riaccende il ritmo diOne way out dopo la successione malinconica delle due fasi precedenti.

Precedono la suite i brani Calliope, potentissima apertura nella quale il gruppo mostra immediatamente la dualità che lo struttura tra eleganza e forza, la splendida Nobody, con attacco elettronico e linea melodica impressionantemente efficaci e A Starless Night, anche questa con apertura elettronica ma, nel complesso, meno arrabbiata perché sta conducendo alla suite per la quale setta il tono generale.

Poi il disco prende un’energia nuova, leggermente differente da quella della prima parte. Embrace è coinvolgente e giocata sul contrappunto tra la “farfalla ferita” di Giulia e la potenza della linea musicale;Journey è più solare, ma sempre amara, decisa; Back to the hell inizia prepotentemente e prosegue sinuosa;This funny dangerous game propone echi quasi grunge nelle variazioni ritmiche e vocali; My bitter tale chiude in maniera eccellente il lavoro, con una punta in più di distorsione rispetto alle altre tracce.

Un ottimo lavoro musicale, una sperimentazione riuscita in maniera superba. Speriamo moltissimo in nuovi lavori come questo e, nel frattempo, ce lo riascoltiamo per l’ennesima volta.

From size to sizing. Il FashionCamp

Non avevamo bisogno di un altro evento fashion-size, dove ci spiegano che cosa dobbiamo fare per essere alla moda. E, infatti, il Fashion Camp non è un evento come gli altri. Se per caso vi foste dimenticati che la moda nasce come processo bottom-up, che parte dalle pratiche quotidiane e si cristallizza in uno stile, allora dovete andare al Fashion Camp e rimettere mani e piedi per terra, sedervi nello spazio workshop e riciclare un copertone usato della bicicletta per realizzare accessori utili ed ecologicamente compatibili. Allora vi ricorderete cos’è “fare moda”.

L’edizione di quest’anno si è chiusa tre giorni fa ma, sorpresa sorpresa!, il Fashion Camp è un evento sociale che non solo si svolge in un determinato punto nel nostro universo spazio-temporale (Milano, 10 e 11 Giugno), ma continua a vivere nei social media.Questo è, a mio modesto giudizio, un primo marchio distintivo del Fashion Camp… Ma ce ne sono molti altri. Cerco quindi di frenare il mio entusiasmo post-moderno per l’uso integrato delle tecnologie nella società e vado con ordine.

Primo. Cos’è il Fashion Camp? E’ un meeting di due giorni, ad entrata libera, che rappresenta la frontiera della moda partecipata o, come l’ho chiamata io, del fashion-sizing. Al Fashion Camp si va per fare e parlare: si fa nei moltissimiworkshop, dove si impara (perché qualcuno è lì paziente a mostrarti come si fa) a “fare” moda; si parla nelle “unconferences” di 15 minuti, nelle quali non è concesso sedersi e nascondersi dietro uno schermo portatile da 17” senza proferir parola – anche perché adesso vanno gli Ipad che forse riescono sì e no a nascondere il buco nel collant che vi siete fatte scendendo dalla bicicletta alla quale avete preso il copertone per andare al workshop.

No excuses, miei cari, quando si va al Camp ci si sporca le mani e ci si confronta con gli altri.

Quest’anno in due giorni si sono alternati workshop su online video fashion journalism, su come fare gioielli con materiali di riciclo, su come usare una camera ad aria per fare accessori (non stavo scherzando!), su come si fa marketing sui social media senza trasformarsi in spammer professionisti e anche sul Burlesque… Insomma, chi più ne ha più ne metta. Sbaglia chi pensa che queste occasioni di creatività collettiva siano sconnesse e, alla fine, spingano a produrre cianfrusaglie (avete presente l’amica di Samantha di Sex and the City che, dopo il divorzio, si era messa a fare le borse con le tende e i copriletti…).

Il punto non è quanto le cose che si producono nei workshop somiglino ai manufatti artigianali di pregio come le borse di Prada. Il punto è che nel workshop la moda la facciamo noi. Forse non ci metteremo mai addosso quel borsello di copertone ma, intanto, il copertone l’abbiamo trasformato in un borsello, e l’abbiamo fatto noi.

In più, giusto perché la moda è di tutti, tante “unconferences” dove la moda diventa oggetto di dibattito e si costruisce, insieme, un discorso collettivo su un’alternativa possibile. Basta meeting ingessati ed unidirezionali, dove qualcuno (pochi) hanno il potere (sì, avete letto bene, il potere) di esporre la propria posizione, di illustrare la propria raison d’étre.. e tutti gli altri zitti. Da conferences unidirezionali (e lunghe, e noiose!) a unconferences, 15 minuti di “tutti insieme”, dove io ti mostro velocemente (tempo liquido, parafrasando scherzosamente Zygmunt Baumann) chi sono, cosa faccio e ti racconto come vorrei fare moda insieme a te… e tu mi dici cosa ne pensi.

E per chi crede che, comunque, sia sempre la stessa storia del verba volant, del “massì, poi quando ce ne andiamo finisce tutto” ecco il pezzo forte: chi parla nelle unconferences non solo condivide sul momento, ma anche dopo perché slide-show, video, URL e web resources vanno condivisi (e li trovate qui http://barcamp.org/w/page/36081096/FashionCamp-2011).

E poi, la miriade di prodotti, vestiti, stili personali, sorrisi, emozioni, scoperte…Tutti lì, a portata di mano.


Il Fashion Camp vuole – e riesce ad essere – un segnale di una “metamorfosi critica”, un luogo dove collettivamente “si fa” il punto sulla moda nella società. Più fashion-sizing di così non saprei. Ci sono una serie di parole che mi vengono in mente pensando al Fashion Camp e, guarda caso, sono tutte parole che ben si applicano alla moda ma hanno la stessa radice nell’agire: innov-azione; comunic-azione; rel-azione; immagin-azione; speriment-azione… e, devo dire, quel che è più bello è che lo spirito della manifestazione è davvero partecipativo. Si abbattono un sacco di barriere e di luoghi comuni con le manifestazioni come il Fashion Camp. Non pagare l’entrata, per esempio, cambia quelli che si dicono “requisiti di eleggibilità”: non ci va chi se lo può permettere o chi rimedia il pass, ci va chi ha un vero interesse e voglia di fare.

Discutere di moda mettendoci la faccia e lasciando tracce della propria posizione nell’archivio perenne di Internet equivale (perdonate l’inglesismo) a commitment, l’impegno non coatto, genuino. Tira aria di democrazia, amici. In Italia passa dalle piazze e anche dalla moda.

Io dico che era ora.


Post originale @: http://www.dmoda.it/2011/06/15/from-size-to-sizing-il-fashioncamp/

From size to sizing #1. La moda e noi – Incontro sul design della moda indipendente

Bologna, si sa, ha qualcosa di magico. La città universitaria, la creatività, la movida fatta di risate e di buon mangiare. Tante culture, tanti modi di stare insieme ed esprimersi convergono all’ombra delle tante torri sparse qua e là in città. Bologna è accogliente, stimola partecipazione, condivisione, discussione. Anche nel campo della moda. Nel complesso di Santa Cristina, in via del Piombo 5, c’è stata qualche settimana fa un’iniziativa interessante che ha visto la partecipazione congiunta di alcuni designer indipendenti provenienti da diverse aree della regione emiliano – romagnola per mostrare e raccontare cos’è la moda indipendente oggi.

All’interno del chiostro soleggiato ed affascinante, mi sono immersa (letteramlmente!) nelle creazioni di Fabric Division; Pomelo; Agharti; Silente; Pesci Pneumatici; T-fish; Le Giraffe. Ognuno di questi marchi è una piccola storia di amore per la moda, amore sincero ed espresso con linguaggi particolari e con estrema competenza. Ma ognuno di questimarchi è anche una voce nel campo della moda che ricerca il proprio spazio in una conversazione globale che sembra lasciare poco spazio ai piccoli e ai nuovi. Non se ne capisce molto la ragione perché, a vederle esposte nella luce del pomeriggio bolognese e a sentirle raccontate dai propri autori, si capisce perfettamente che le creazioni esposte nel chiostro di Santa Cristina hanno molto da dire.

L’esposizione è organizzata in maniera circolare: partenza e arrivo si scelgono con lo sguardo in maniera del tutto estemporanea, ci si perde nei dettagli e nella precisione, nella laboriosità e nello studio di ogni singolo pezzo.

Io comincio con Silente, progetto di moda slow nato dall’idea di Francesca Iaconisi e che recupera il rapporto con l’oggetto e l’esperienza del vestire, trovando i principi guida nella logica del pezzo unico e nella passione per il fatto a mano. Silente è poeticamente calmo, prezioso nel dettaglio, quasi d’altri tempi.

Proseguo con Pesci Pneumatici, progetto nato nel 2008 dal desiderio di parte dei membri dello studio di produzione video e grafica SEIPERDUE di Bologna. Ideato come atelier in cui offrire uno sguardo internazionale sui nuovi talenti e sulla creatività meno nota (dalla Spagna alla Germania e oltre), nel 2009 diviene anche laboratorio di progettazione di una linea propria. Pesci pneumatici propone serie di abiti “proporzionali”: più diventa grande la taglia, più cresce la decorazione – le palle colorate al centro del prendisole bianco o i pesci dalla sardina al capodoglio.

Passo a Pomelo, che nasce nel 2008 dall’idea di Pamela Casadio di operare creativamente sul second hand, “pomelizzando” capi dismessi con un immaginario irriverente, enfatizzando rovesci, giunture e cuciture a vista. Mai body da ginnastica ritmica mi colpi di più e penso che non vedo l’ora di avere una figlia per chiederle se ha voglia di indossarlo.

Continuo con T-fish, di Caterina Frongia: una piccola linea di abiti e di accessori per la casa prodotti, cuciti e stampati in Italia in edizione limitata. Ogni collezione è costruita partendo dai materiali: punto di partenza per il processo creativo, la sperimentazione e il divertimento. Immagino gesti quotidiani che riprendono dignità ed escono dalla routine del movimento meccanico grazie alle piccole opere di T-fish.

A fianco, Le Giraffe, che rappresenta da anni uno storico marchio di moda indipendente made in Bologna. Il progetto, che ha preso forma nel 1998 dalla personalità eclettica di Valeria Sacenti, si concretizza in capi con cui riscoprire le potenzialità della materia usata, ma anche in installazioni ed eventi, intrecciando originalmente moda, performance e arte. Nelle creazioni/installazioni di Le Giraffe, si sente l’eco di una creatività dal sapore duro ed alternativo, come l’aria statunitense che ha respirato la designer all’inizio degli anni 90, quando il grunge ed il rock si consolidavano e si preparavano a veleggiare verso il nostro vecchio continente.

Ancora, Fabric Division, che nasce nel 2009dalla collaborazione dei fashion designer Linda Crivellari e Enrico Assirelli. Muovendo dal concetto di handmade, il duo sviluppa una ricerca volta a interrogare la vestibilità degli abiti, le proprietà dei tessuti, i volumi e le forme unisex. Fabric Division è affascinante e tecnologico, semplice e funzionale, minimale e sofisticato nello stesso tempo. Un gioco di diadi percettive, che cresce nella simbiosi relazionale dei due creativi che vi danno forma.

Infine, conosco Agharti, un progetto recentissimo che nasce dalla tesi di Silvia Galli. Attualmente in fase di work in progress, è finalizzato alla concretizzazione di un laboratorio sperimentale di progettazione moda e servizi integrati, rivolto alle realtà indipendenti operanti nella moda e nel più ampio settore creativo. Come dire, non solo le creazioni della moda indipendente ma anche “creare” le condizioni per la moda indipendente.

Dopo aver ascoltato ed aver toccato con mano (che bella la moda che si può toccare!) tutte queste interessanti realtà, ci spostiamo all’interno del complesso, dove i designer ci raccontano e si raccontano, mentre Alessandra Vaccari, ricercatrice dell’Università di Bologna ed ideatrice del ciclo di incontri conduce e modera la conversazione con il pubblico.

Sono tanti i motivi per i quali questo incontro rappresenta un modo sizing di vivere la moda. Intanto perché ha permesso a tante voci di convergere e di scoprire che, se in confronto alla moda mainstream rappresentano l’alternativo, il non-istituzioale, l’indipendente, tra loro danno vita ad una conversazione comune che parte dall’eterogeneità dei desideri e delle storie personali e che trova nella passione per la moda la base per crescere. La precisione, la competenza, la consapevolezza di ciascuno di questi progetti non lascia dubbio alcuno: è moda pura, portabile, creativa e comunicativa. Il loro essere indipendente diventa un pregio: si rincorre lo scopo vero di moda genuina e come prodotto culturale mentre la moda mainstream rimane forse preda delle sue stesse contraddizioni. Indipendenza non è residualità: a Bologna abbiamo visto indipendenza come libertà, in barba alle difficoltà che i giovani precari della moda sperimentano quotidianamente.

Mi viene in mente anche un secondo motivo per dire che si tratta di un evento sizing. Ad organizzare il tutto, la Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna . Le donne, fulcro della moda, non sono più soltanto creatrici o indossatrici. Diventano anchepromotrici di dibattito e centro della contro-cultura del fashion-sizing. Se la moda è sempre stata cosa femminile, la donna non è più passiva. Pensa. Critica. E, così facendo, migliora la moda (e non solo).

Post originale@: http://www.dmoda.it/2011/06/15/biblioteca-delle-donne-la-moda-e-noi-–-incontro-sul-design-della-moda-indipendente/

From Size to Sizing. Ovvero, come cambia lo “stare dentro” alla moda!

Da qualche tempo mi sono messa a pensare ai modi di “stare dentro” la moda. L’occasione me l’ha data il mio Direttore che, invece di infuriarsi per i tempi biblici che mi sono necessari per riflettere, mi lascia il tempo di rimuginare e “fare ordine” nel cervello. In cambio del tempo che mi è concesso, io cerco di mettere in fila vari “pezzi di moda” alla ricerca, non sempre facile, di spunti per capire che rapporto c’è tra moda e società oggi.

La domanda che mi sono fatta questa volta era: che cos’hanno in comune una manifestazione organizzata dalla Biblioteca delle Donne a Bologna sulla moda indipendente e un’iniziativa come il FashionCamp di Milano?

Biblioteca delle Donne

Al di là delle preziose differenze che giustificano un’attenzione specifica per ciascuno di questi due eventi (che poi vi racconto), le due manifestazioni rappresentano un cambiamento importante nel mondo della moda e che credo si rifletta bene nel passaggio dal sostantivo size al verbo sizing, da uno “stare dentro” la moda in modo statico a un modo di “creare moda” in maniera dinamica. Partendo da Bologna e Milano ho pensato quindi al cambiamento (e non solo per le vicende elettorali e referendarie).

fashionCamp

Per lungo tempo credo che noi si sia stati dentro la moda in una modalità size che significa, per me, seguire i criteri, le regole ed i buoni consigli della moda mainstream, quella che riconosciamo come tale perché viene rappresentata e trasmessa a ciclo continuo dai mezzi di informazione tradizionali. Quando la moda si vive in modalità size, noi riconosciamo l’autorità di chi detta tendenza, seguiamo indicazioni e suggerimenti, adottiamo uno stile. Stiamo dentro (nella misura –o taglia!- che possiamo) in una modache è stata creata pensando a noi.

Seguire la moda non è sinonimo di passività (noi reinterpretiamo lo stile delle maison) né di cecità (queste grandi istituzioni della moda hanno tutto il diritto e, quel che più importa, la competenza per essere voci forti nel campo della moda). Tuttavia, si può essere portati a credere che non esistano altri “modi di stare dentro la moda”, si può cadere vittime di una sorta di sacra reverenzialità nei confronti della moda mainstream che si trasforma poi in incapacità di riconoscere la moda “out there”, fuori dal circolo mediatico e che cresce silenziosa ma vivace, creativa e orizzontale. Il problema della moda-size per me, è quello di confondere la tendenza di mainstream con la moda, l’autorevolezza con la legittimità. Le tendenze non sono la moda perché le tendenze, in matematica come nel sociale, si basano sul valore medio, sulla convergenza. Il minimo comun denominatore, per quanto di alta qualità, non rappresenta il tutto.

C’è molto di più, là fuori.

Ecco allora che le regole, le convenzioni e, perfino, i diktat della moda consolidata e rigida non esistono più come verità assoluta. La moda adesso è sizing, un continuo ridiscutere e ritracciare modi di fare moda e di rappresentare la complessità della nostra società. Siamo noi che ci “tagliamo addosso” la moda. Decidiamo noi la taglia ed il taglio che ci piacciono di più. La moda sizing diventa un pullulare di iniziative che non nascono per sfidare il mainstream, ma per completarlo, per riportarlo alla quotidianità, ricontestualizzarlo nel tessuto sociale e nella sua complessità.

Non si nega l’autorevolezza della grande moda, la si riporta all’uomo, alla donna, al bambino e alla bambina, ai gay e agli etero, ai giovani e ai vecchi. E’ una moda dinamicamente definita e in continuo divenire, una moda che non corrisponde a una casta ma che si impara a fare, anche con la colla e il cartone ma, soprattutto, attraverso la partecipazione e la condivisione di esperienze. E’ la natura stessa della moda, prodotto della creatività individuale e modo principale di espressione, che ci impone di adottare una visione dinamica, un’attitudine sizing alla moda.

Da Bologna a Milano allora, il racconto di due storie di moda dinamica e viva, due storie di creatività e di volontà di ricongiungere moda e società per andare oltre la divisione tra il mainstream e l’alternativo (o l’indipendente)… Verso una moda nostra.

Original post @: http://www.dmoda.it/2011/06/15/from-size-to-sizing-ovvero-come-cambia-lo-“stare-dentro”-alla-moda/

mercoledì 18 maggio 2011

HUMOR CHIC by AleXsandro Palombo

Ci vuole una gran dose di coraggio per puntare il dito contro le mistificazioni e gridare, davanti a una folla di compiacenti lacchè e simpatizzati acritici (forse, i più pericolosi) “Il re è nudo!”. In realtà, il solo coraggio non è sufficiente. Bisogna avere un gran senso della realtà, bisogna saper distinguere la forma dalla sostanza o il fatto dalla storia che se ne racconta. Sapeva farlo la bambina nella favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore” e sa farlo aleXsandro Palombo, designer ed illustratore italiano iniziatore di Humor Chic, blog che racconta e mostra la moda in maniera dissacrante e, inevitabilmente, divertente.

A differenza della bambina della favola, alla quale è capitato una volta nella vita di portare l’attenzione collettiva su ciò che nessuno sembrava notare, l’opera di Palombo è sistematica, quotidiana ed altamente comunicativa, perché basata sull’immediatezza dell’illustrazione. Oggetto dell’umorismo – il mondo della moda, la sua élite ed i suoi miti: magrezza, sorrisi stampati in faccia, cordialità, leggerezza.

Palombo, prima designer della settimana della moda di Milano e poi originale satiro, conosce bene il mondo che disegna. Ha creato modelli e sfilato davanti agli occhi ammirati del mondo. Ha rivoluzionato ed iniziato, come dichiara in alcune interviste, molte tendenze che caratterizzano la moda contemporanea. Ha conosciuto i protagonisti del fashion-biz e ne ha suscitato, dice, le invidie e le critiche. A soli 33 anni lascia le passerelle e si dedica alla sua passione per le illustrazioni realizzando Vanitas, Inshallah – il “primo fashion show illustrato al mondo” – che precede il più celebre blog Humor Chic. Filo conduttore: mettere a nudo la moda, scavarne la superficie e portarne in luce gli aspetti controversi, contraddittori, le perversioni, i giochi di potere. Demistificare la rappresentazione mediatica opaca e ingannevole della moda, dei suoi imperativi e dei suoi esponenti – dai designer, come Valentino, Karl Lagarfeld e Rachel Zoe, alle grandi Anna Wintour e Carine Roitfeld, passando per le icone come Victoria Beckham ma anche Homer Simpson. Come a dire: nessun membro “della cricca” si salva – né chi la moda la fa né, soprattutto, chi la racconta.

Ecco così che il caso Humor Chic esplode già qualche tempo fa con le rappresentazioni spietate della magrezza che sfociano in un’ode (assolutamente ironica) dell’anoressia. Nei disegni di Palombo troviamo teste celebri come quelle della signora Beckham incastrate su scheletri leopardati molto fashion. Il tutto corredato con consigli del tipo: “Se vuoi essere magra mangia una mela a colazione, pranzo e cena – ma bada che sia rossa, perché sembra più succosa e alla moda”. Inutile, però, combattere le devianze portate dalla malattia-della-magrezza tessendo le lodi dell’essere “in carne” perché Palombo mette corpi obesi tra due fette di pane McDonald, li copre di insalata e ti chiede “Are you loving it?” (Ti piace così?). Insomma, non c’è scampo: bisogna riflettere su argomenti e contro-argomenti. Schierarsi acriticamente non è un’opzione.

Oltre ai miti dissacrati, ci sono anche le denunce di vizi che “sporcano” l’equilibrio (a questo punto, solo apparente) di un mondo che sembra “immune” alla grettezza umana. Ecco allora che i dettagli più sordidi della vita “fiscale” di Valentino lo trasformano in un Paperon De’ Paperoni felice di risparmiare denari sonanti evadendo le tasse. E poi, ci sono i pregiudizi che contraddicono convenzioni e convinzioni della moda, ad esempio quelle legate all’omosessualità. Così, le dichiarazioni di Lagarfeld sui matrimoni gay e le difficoltà dei figli con “due padri” ce lo riportano incinto, ma sempre delicato come un giunco.

Palombo punta il dito anche contro scelte discutibili, come quella del numero natalizio 2010 di Vogue Parigi. Oggetto della controversia umoristica la scelta della Roitfeld e del guest editor Tom Ford di “addobbare” baby modelle (molto baby) con vestiti e trucchi da adulte. Il dettaglio è di Tom Ford, quindi decisamente di qualità, questo non si discute – ma finisce per essere “Il regalo perfetto per i pedofili”. Imperdibili le rappresentazioni delle “battaglie mediatiche”, del tipo “Facebook vs. Twitter” con Mark Zuckerberg che spara agli uccelletti blu di Twitter con tanto di guanto bianco da caccia alla volpe. Imperdibili anche i consigli erotici di Anna Wintour “sperimentati” su Homer Simpson.

Vizi e invidie. Perversioni e disonestà. Superficialità e false cordialità. Tutto illustrato per dire: “non lasciatevi trarre in inganno”. Certamente qualcuno potrà obiettare che Palombo agisce per vendetta, cadendo preda degli istinti che egli stesso denuncia. Obiezione poco pertinente, perché Palombo non realizza Humor Chic per mostrarsi “migliore degli altri”. Palombo si limita a raccontare, con geniale umorismo, cose che non tutti sanno e lascia che siano i lettori, poi, a decidere che cosa ne pensano. Crea piccoli shock-culturali che però ci svegliano dal nostro torpore e favoriscono quella che in gergo si chiama “opinione pubblica informata”, unica garanzia di libertà collettiva. La moda è nuda! A voi scegliere come rivestirla dopo aver letto ogni giorno la vostra pillola di Humor Chic – altamente consigliata per gli effetti benefici sul nostro cervello.

Post orginale@ http://www.dmoda.it/2011/05/16/humor-chic-by-alexandro-palombo/

Artwork by aleXsandro Palombo - http://www.humorchic.blogspot.com/


martedì 10 maggio 2011

RHYME – Fi(r)st

Tracklist:

1. TV Liars
; 2. Rise Again
; 3. Under Torture
; 4. Lovers; 5. Step Aside
; 6. The Pleasure Game
; 7. Hiding From The Dark
; 8. Keep On Foolin'
; 9. Emotions
; 10. Feed My Anger
; 11. Your Scars



Nel mare magnum della produzione musicale contemporanea esiste, vale la pena di ricordarlo, del vero talento. Niente a che fare con quello propagandato in TV ed i Rhyme questo lo sanno bene perché hanno deciso di aprire il loro album di esordio con un pezzo che definisce “bugiardi” talent-show e “talentuosi” partecipanti. Lombardi, quattro veri musicisti, usciti di recente con il loro primo lavoro Fi(r)st, i Rhyme difficilmente possono essere consideratiì una band emergente.
Fi(r)st non ha il sound di un esordio ma di un lavoro solido, pensato, maturo. La forza con cui colpisce è proprio quella di un pugno ben assestato (il gioco di parole tra primo –first- e pugno –fist-), dato con rabbia ma, anche, con estrema consapevolezza. Chi ama l’hard rock ed è in astinenza da buoni lavori ormai da qualche tempo, deve avere questo album: undici tracce che tolgono la sete di buona musica, caricano a dovere e, in certi punti, sono perfino sensuali come lo sapevano essere i grandi pezzi made in USA di qualche tempo fa.

Fin dall’apertura con TV Liars, ti rendi conto che stai ascoltando un buon rock e un po’ temi che la seconda o la terza traccia già ti deludano… E invece no! Fi(r)st è bello tutto, dall’inizio alla fine. Rise Again, Lovers, Hiding from the dark sono tutti pezzi eccellenti – ma è difficile dire che gli altri siano da meno. Pleasure Game è, lasciatemelo dire, la canzone che tutte noi “ragazze cattive” vorremmo che qualcuno componesse per noi.

Non solo Gabriele Gozzi è una delle voci più interessanti che si siano sentite negli ultimi tempi. La chitarra di Matteo Magni, il basso di Riccardo Canato e la batteria di Guido Montanarini sono essenziali, cruciali nel successo di questo lavoro che unisce in maniera esemplare voce e strumenti. Questi sono quattro rocker veri. Questo è davvero un disco da thumb up, come direbbero gli americani.

Ascoltandolo, si può pensare che i Rhyme non siano neanche italiani e invece lo sono e sono davvero bravi. Se vi sembra impossibile che in Italia si faccia del buon hard rock, non dovete preoccuparvi: probabilmente soffrite di sindrome da stress post-traumatico dovuta ai troppi talent show in circolazione e ai finti rockettari che li popolano.
Auguriamo ai Rhyme un grande successo, di fare tanti altri album come questo e di fare un tour che li porti da Nord a Sud un po’ più vicino ai fan dell’hard rock in astinenza e afflitti dalla sindrome di cui sopra. Ce n’è bisogno.

post originale@:http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1764