
Quando gli Anathema salgono sul palco dell’Estragon li guardo uno ad uno prendere posto e subito mi viene in mente la parola politeness, che in inglese sta per un modo di fare altamente rispettoso e che, per questo, mette i presenti a proprio agio. Ma il loro rispetto per il pubblico non è una questione di formalismi: è fatto di precisione, professionalità, di costante pienezza del suono. Non solo ci si sente a proprio agio, sotto il palco dell’Estragon, ma ci si lascia rapire.
È quasi impossibile distrarsi. Il magnetismo si fa ancora più forte nei pezzi di “A natural disaster” (“Balance”, “Closer” e l’omonima “A natural disaster”) con i quali arriva anche la voce delicata e avvolgente di Lee Douglas. Poi ancora “Judgement”, “Temporary Peace” e “Flying”. “Are you there?” in versione acustica segna il confine tra la reinterpretazione, matura e professionale, del lungo percorso degli Anathema e la complessità che caratterizza il loro nuovo lavoro: “We’re here because we’re here”.
I pezzi di “We’re here because we’re here” sono permeati da un gioco di contrasti sonori ed emozionali che gli Anathema riproducono in modo magistrale dal vivo. La seconda parte di concerto è nutrita dalla tensione tra uno ying e uno yang che necessariamente si completano e che non può che trovare nei duetti tra Vincent Cavanagh e Lee Douglas la sua realizzazione più evidente. Il titolo stesso del lavoro rivela l’estrema consapevolezza della condizione umana: We’re here because we’re here, siamo qui perché siamo qui, non abbiamo scelto ma dobbiamo vivere comunque. E così, viviamo tra entusiasmo, fiducia, sollievo, incoscienza, spiritualità e la complessità dei rapporti (le atmosfere di “Thin Air”, “Summernight horizon”, “Dreaming light”, “Everything” e “Angels Walk Among Us”) e il turbamento, il dubbio, la rabbia strisciata tra i denti, la malinconia (“Presence”, “A simple mistake”, “Get Off, Get Out”, “Universal”, “Hindsight”).
Non siamo più semplicemente rapiti dall’incredibile atmosfera che si è creata durante l’intero concerto. Ne siamo diventati parte integrante. I pezzi di “We’re here because we’re here” raccontano molto di noi, delle nostre contraddizioni e di come riusciamo a metterle insieme nell’unicum della nostra esperienza personale, così particolare, eppure, così condivisa. Mai come in questo album gli Anathema arrivano a rendere la complessità attraverso il suono. Uno dopo l’altro, i pezzi del nuovo lavoro tirano i fili della loro intera produzione portando sul palco tutta la loro maturità. Eppure, non c’è soluzione di continuità tra il vecchio e il nuovo. C’è sintesi. C’è crescita.
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