venerdì 1 luglio 2011

From size to sizing. Il FashionCamp

Non avevamo bisogno di un altro evento fashion-size, dove ci spiegano che cosa dobbiamo fare per essere alla moda. E, infatti, il Fashion Camp non è un evento come gli altri. Se per caso vi foste dimenticati che la moda nasce come processo bottom-up, che parte dalle pratiche quotidiane e si cristallizza in uno stile, allora dovete andare al Fashion Camp e rimettere mani e piedi per terra, sedervi nello spazio workshop e riciclare un copertone usato della bicicletta per realizzare accessori utili ed ecologicamente compatibili. Allora vi ricorderete cos’è “fare moda”.

L’edizione di quest’anno si è chiusa tre giorni fa ma, sorpresa sorpresa!, il Fashion Camp è un evento sociale che non solo si svolge in un determinato punto nel nostro universo spazio-temporale (Milano, 10 e 11 Giugno), ma continua a vivere nei social media.Questo è, a mio modesto giudizio, un primo marchio distintivo del Fashion Camp… Ma ce ne sono molti altri. Cerco quindi di frenare il mio entusiasmo post-moderno per l’uso integrato delle tecnologie nella società e vado con ordine.

Primo. Cos’è il Fashion Camp? E’ un meeting di due giorni, ad entrata libera, che rappresenta la frontiera della moda partecipata o, come l’ho chiamata io, del fashion-sizing. Al Fashion Camp si va per fare e parlare: si fa nei moltissimiworkshop, dove si impara (perché qualcuno è lì paziente a mostrarti come si fa) a “fare” moda; si parla nelle “unconferences” di 15 minuti, nelle quali non è concesso sedersi e nascondersi dietro uno schermo portatile da 17” senza proferir parola – anche perché adesso vanno gli Ipad che forse riescono sì e no a nascondere il buco nel collant che vi siete fatte scendendo dalla bicicletta alla quale avete preso il copertone per andare al workshop.

No excuses, miei cari, quando si va al Camp ci si sporca le mani e ci si confronta con gli altri.

Quest’anno in due giorni si sono alternati workshop su online video fashion journalism, su come fare gioielli con materiali di riciclo, su come usare una camera ad aria per fare accessori (non stavo scherzando!), su come si fa marketing sui social media senza trasformarsi in spammer professionisti e anche sul Burlesque… Insomma, chi più ne ha più ne metta. Sbaglia chi pensa che queste occasioni di creatività collettiva siano sconnesse e, alla fine, spingano a produrre cianfrusaglie (avete presente l’amica di Samantha di Sex and the City che, dopo il divorzio, si era messa a fare le borse con le tende e i copriletti…).

Il punto non è quanto le cose che si producono nei workshop somiglino ai manufatti artigianali di pregio come le borse di Prada. Il punto è che nel workshop la moda la facciamo noi. Forse non ci metteremo mai addosso quel borsello di copertone ma, intanto, il copertone l’abbiamo trasformato in un borsello, e l’abbiamo fatto noi.

In più, giusto perché la moda è di tutti, tante “unconferences” dove la moda diventa oggetto di dibattito e si costruisce, insieme, un discorso collettivo su un’alternativa possibile. Basta meeting ingessati ed unidirezionali, dove qualcuno (pochi) hanno il potere (sì, avete letto bene, il potere) di esporre la propria posizione, di illustrare la propria raison d’étre.. e tutti gli altri zitti. Da conferences unidirezionali (e lunghe, e noiose!) a unconferences, 15 minuti di “tutti insieme”, dove io ti mostro velocemente (tempo liquido, parafrasando scherzosamente Zygmunt Baumann) chi sono, cosa faccio e ti racconto come vorrei fare moda insieme a te… e tu mi dici cosa ne pensi.

E per chi crede che, comunque, sia sempre la stessa storia del verba volant, del “massì, poi quando ce ne andiamo finisce tutto” ecco il pezzo forte: chi parla nelle unconferences non solo condivide sul momento, ma anche dopo perché slide-show, video, URL e web resources vanno condivisi (e li trovate qui http://barcamp.org/w/page/36081096/FashionCamp-2011).

E poi, la miriade di prodotti, vestiti, stili personali, sorrisi, emozioni, scoperte…Tutti lì, a portata di mano.


Il Fashion Camp vuole – e riesce ad essere – un segnale di una “metamorfosi critica”, un luogo dove collettivamente “si fa” il punto sulla moda nella società. Più fashion-sizing di così non saprei. Ci sono una serie di parole che mi vengono in mente pensando al Fashion Camp e, guarda caso, sono tutte parole che ben si applicano alla moda ma hanno la stessa radice nell’agire: innov-azione; comunic-azione; rel-azione; immagin-azione; speriment-azione… e, devo dire, quel che è più bello è che lo spirito della manifestazione è davvero partecipativo. Si abbattono un sacco di barriere e di luoghi comuni con le manifestazioni come il Fashion Camp. Non pagare l’entrata, per esempio, cambia quelli che si dicono “requisiti di eleggibilità”: non ci va chi se lo può permettere o chi rimedia il pass, ci va chi ha un vero interesse e voglia di fare.

Discutere di moda mettendoci la faccia e lasciando tracce della propria posizione nell’archivio perenne di Internet equivale (perdonate l’inglesismo) a commitment, l’impegno non coatto, genuino. Tira aria di democrazia, amici. In Italia passa dalle piazze e anche dalla moda.

Io dico che era ora.


Post originale @: http://www.dmoda.it/2011/06/15/from-size-to-sizing-il-fashioncamp/

From size to sizing #1. La moda e noi – Incontro sul design della moda indipendente

Bologna, si sa, ha qualcosa di magico. La città universitaria, la creatività, la movida fatta di risate e di buon mangiare. Tante culture, tanti modi di stare insieme ed esprimersi convergono all’ombra delle tante torri sparse qua e là in città. Bologna è accogliente, stimola partecipazione, condivisione, discussione. Anche nel campo della moda. Nel complesso di Santa Cristina, in via del Piombo 5, c’è stata qualche settimana fa un’iniziativa interessante che ha visto la partecipazione congiunta di alcuni designer indipendenti provenienti da diverse aree della regione emiliano – romagnola per mostrare e raccontare cos’è la moda indipendente oggi.

All’interno del chiostro soleggiato ed affascinante, mi sono immersa (letteramlmente!) nelle creazioni di Fabric Division; Pomelo; Agharti; Silente; Pesci Pneumatici; T-fish; Le Giraffe. Ognuno di questi marchi è una piccola storia di amore per la moda, amore sincero ed espresso con linguaggi particolari e con estrema competenza. Ma ognuno di questimarchi è anche una voce nel campo della moda che ricerca il proprio spazio in una conversazione globale che sembra lasciare poco spazio ai piccoli e ai nuovi. Non se ne capisce molto la ragione perché, a vederle esposte nella luce del pomeriggio bolognese e a sentirle raccontate dai propri autori, si capisce perfettamente che le creazioni esposte nel chiostro di Santa Cristina hanno molto da dire.

L’esposizione è organizzata in maniera circolare: partenza e arrivo si scelgono con lo sguardo in maniera del tutto estemporanea, ci si perde nei dettagli e nella precisione, nella laboriosità e nello studio di ogni singolo pezzo.

Io comincio con Silente, progetto di moda slow nato dall’idea di Francesca Iaconisi e che recupera il rapporto con l’oggetto e l’esperienza del vestire, trovando i principi guida nella logica del pezzo unico e nella passione per il fatto a mano. Silente è poeticamente calmo, prezioso nel dettaglio, quasi d’altri tempi.

Proseguo con Pesci Pneumatici, progetto nato nel 2008 dal desiderio di parte dei membri dello studio di produzione video e grafica SEIPERDUE di Bologna. Ideato come atelier in cui offrire uno sguardo internazionale sui nuovi talenti e sulla creatività meno nota (dalla Spagna alla Germania e oltre), nel 2009 diviene anche laboratorio di progettazione di una linea propria. Pesci pneumatici propone serie di abiti “proporzionali”: più diventa grande la taglia, più cresce la decorazione – le palle colorate al centro del prendisole bianco o i pesci dalla sardina al capodoglio.

Passo a Pomelo, che nasce nel 2008 dall’idea di Pamela Casadio di operare creativamente sul second hand, “pomelizzando” capi dismessi con un immaginario irriverente, enfatizzando rovesci, giunture e cuciture a vista. Mai body da ginnastica ritmica mi colpi di più e penso che non vedo l’ora di avere una figlia per chiederle se ha voglia di indossarlo.

Continuo con T-fish, di Caterina Frongia: una piccola linea di abiti e di accessori per la casa prodotti, cuciti e stampati in Italia in edizione limitata. Ogni collezione è costruita partendo dai materiali: punto di partenza per il processo creativo, la sperimentazione e il divertimento. Immagino gesti quotidiani che riprendono dignità ed escono dalla routine del movimento meccanico grazie alle piccole opere di T-fish.

A fianco, Le Giraffe, che rappresenta da anni uno storico marchio di moda indipendente made in Bologna. Il progetto, che ha preso forma nel 1998 dalla personalità eclettica di Valeria Sacenti, si concretizza in capi con cui riscoprire le potenzialità della materia usata, ma anche in installazioni ed eventi, intrecciando originalmente moda, performance e arte. Nelle creazioni/installazioni di Le Giraffe, si sente l’eco di una creatività dal sapore duro ed alternativo, come l’aria statunitense che ha respirato la designer all’inizio degli anni 90, quando il grunge ed il rock si consolidavano e si preparavano a veleggiare verso il nostro vecchio continente.

Ancora, Fabric Division, che nasce nel 2009dalla collaborazione dei fashion designer Linda Crivellari e Enrico Assirelli. Muovendo dal concetto di handmade, il duo sviluppa una ricerca volta a interrogare la vestibilità degli abiti, le proprietà dei tessuti, i volumi e le forme unisex. Fabric Division è affascinante e tecnologico, semplice e funzionale, minimale e sofisticato nello stesso tempo. Un gioco di diadi percettive, che cresce nella simbiosi relazionale dei due creativi che vi danno forma.

Infine, conosco Agharti, un progetto recentissimo che nasce dalla tesi di Silvia Galli. Attualmente in fase di work in progress, è finalizzato alla concretizzazione di un laboratorio sperimentale di progettazione moda e servizi integrati, rivolto alle realtà indipendenti operanti nella moda e nel più ampio settore creativo. Come dire, non solo le creazioni della moda indipendente ma anche “creare” le condizioni per la moda indipendente.

Dopo aver ascoltato ed aver toccato con mano (che bella la moda che si può toccare!) tutte queste interessanti realtà, ci spostiamo all’interno del complesso, dove i designer ci raccontano e si raccontano, mentre Alessandra Vaccari, ricercatrice dell’Università di Bologna ed ideatrice del ciclo di incontri conduce e modera la conversazione con il pubblico.

Sono tanti i motivi per i quali questo incontro rappresenta un modo sizing di vivere la moda. Intanto perché ha permesso a tante voci di convergere e di scoprire che, se in confronto alla moda mainstream rappresentano l’alternativo, il non-istituzioale, l’indipendente, tra loro danno vita ad una conversazione comune che parte dall’eterogeneità dei desideri e delle storie personali e che trova nella passione per la moda la base per crescere. La precisione, la competenza, la consapevolezza di ciascuno di questi progetti non lascia dubbio alcuno: è moda pura, portabile, creativa e comunicativa. Il loro essere indipendente diventa un pregio: si rincorre lo scopo vero di moda genuina e come prodotto culturale mentre la moda mainstream rimane forse preda delle sue stesse contraddizioni. Indipendenza non è residualità: a Bologna abbiamo visto indipendenza come libertà, in barba alle difficoltà che i giovani precari della moda sperimentano quotidianamente.

Mi viene in mente anche un secondo motivo per dire che si tratta di un evento sizing. Ad organizzare il tutto, la Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna . Le donne, fulcro della moda, non sono più soltanto creatrici o indossatrici. Diventano anchepromotrici di dibattito e centro della contro-cultura del fashion-sizing. Se la moda è sempre stata cosa femminile, la donna non è più passiva. Pensa. Critica. E, così facendo, migliora la moda (e non solo).

Post originale@: http://www.dmoda.it/2011/06/15/biblioteca-delle-donne-la-moda-e-noi-–-incontro-sul-design-della-moda-indipendente/

From Size to Sizing. Ovvero, come cambia lo “stare dentro” alla moda!

Da qualche tempo mi sono messa a pensare ai modi di “stare dentro” la moda. L’occasione me l’ha data il mio Direttore che, invece di infuriarsi per i tempi biblici che mi sono necessari per riflettere, mi lascia il tempo di rimuginare e “fare ordine” nel cervello. In cambio del tempo che mi è concesso, io cerco di mettere in fila vari “pezzi di moda” alla ricerca, non sempre facile, di spunti per capire che rapporto c’è tra moda e società oggi.

La domanda che mi sono fatta questa volta era: che cos’hanno in comune una manifestazione organizzata dalla Biblioteca delle Donne a Bologna sulla moda indipendente e un’iniziativa come il FashionCamp di Milano?

Biblioteca delle Donne

Al di là delle preziose differenze che giustificano un’attenzione specifica per ciascuno di questi due eventi (che poi vi racconto), le due manifestazioni rappresentano un cambiamento importante nel mondo della moda e che credo si rifletta bene nel passaggio dal sostantivo size al verbo sizing, da uno “stare dentro” la moda in modo statico a un modo di “creare moda” in maniera dinamica. Partendo da Bologna e Milano ho pensato quindi al cambiamento (e non solo per le vicende elettorali e referendarie).

fashionCamp

Per lungo tempo credo che noi si sia stati dentro la moda in una modalità size che significa, per me, seguire i criteri, le regole ed i buoni consigli della moda mainstream, quella che riconosciamo come tale perché viene rappresentata e trasmessa a ciclo continuo dai mezzi di informazione tradizionali. Quando la moda si vive in modalità size, noi riconosciamo l’autorità di chi detta tendenza, seguiamo indicazioni e suggerimenti, adottiamo uno stile. Stiamo dentro (nella misura –o taglia!- che possiamo) in una modache è stata creata pensando a noi.

Seguire la moda non è sinonimo di passività (noi reinterpretiamo lo stile delle maison) né di cecità (queste grandi istituzioni della moda hanno tutto il diritto e, quel che più importa, la competenza per essere voci forti nel campo della moda). Tuttavia, si può essere portati a credere che non esistano altri “modi di stare dentro la moda”, si può cadere vittime di una sorta di sacra reverenzialità nei confronti della moda mainstream che si trasforma poi in incapacità di riconoscere la moda “out there”, fuori dal circolo mediatico e che cresce silenziosa ma vivace, creativa e orizzontale. Il problema della moda-size per me, è quello di confondere la tendenza di mainstream con la moda, l’autorevolezza con la legittimità. Le tendenze non sono la moda perché le tendenze, in matematica come nel sociale, si basano sul valore medio, sulla convergenza. Il minimo comun denominatore, per quanto di alta qualità, non rappresenta il tutto.

C’è molto di più, là fuori.

Ecco allora che le regole, le convenzioni e, perfino, i diktat della moda consolidata e rigida non esistono più come verità assoluta. La moda adesso è sizing, un continuo ridiscutere e ritracciare modi di fare moda e di rappresentare la complessità della nostra società. Siamo noi che ci “tagliamo addosso” la moda. Decidiamo noi la taglia ed il taglio che ci piacciono di più. La moda sizing diventa un pullulare di iniziative che non nascono per sfidare il mainstream, ma per completarlo, per riportarlo alla quotidianità, ricontestualizzarlo nel tessuto sociale e nella sua complessità.

Non si nega l’autorevolezza della grande moda, la si riporta all’uomo, alla donna, al bambino e alla bambina, ai gay e agli etero, ai giovani e ai vecchi. E’ una moda dinamicamente definita e in continuo divenire, una moda che non corrisponde a una casta ma che si impara a fare, anche con la colla e il cartone ma, soprattutto, attraverso la partecipazione e la condivisione di esperienze. E’ la natura stessa della moda, prodotto della creatività individuale e modo principale di espressione, che ci impone di adottare una visione dinamica, un’attitudine sizing alla moda.

Da Bologna a Milano allora, il racconto di due storie di moda dinamica e viva, due storie di creatività e di volontà di ricongiungere moda e società per andare oltre la divisione tra il mainstream e l’alternativo (o l’indipendente)… Verso una moda nostra.

Original post @: http://www.dmoda.it/2011/06/15/from-size-to-sizing-ovvero-come-cambia-lo-“stare-dentro”-alla-moda/

mercoledì 18 maggio 2011

HUMOR CHIC by AleXsandro Palombo

Ci vuole una gran dose di coraggio per puntare il dito contro le mistificazioni e gridare, davanti a una folla di compiacenti lacchè e simpatizzati acritici (forse, i più pericolosi) “Il re è nudo!”. In realtà, il solo coraggio non è sufficiente. Bisogna avere un gran senso della realtà, bisogna saper distinguere la forma dalla sostanza o il fatto dalla storia che se ne racconta. Sapeva farlo la bambina nella favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore” e sa farlo aleXsandro Palombo, designer ed illustratore italiano iniziatore di Humor Chic, blog che racconta e mostra la moda in maniera dissacrante e, inevitabilmente, divertente.

A differenza della bambina della favola, alla quale è capitato una volta nella vita di portare l’attenzione collettiva su ciò che nessuno sembrava notare, l’opera di Palombo è sistematica, quotidiana ed altamente comunicativa, perché basata sull’immediatezza dell’illustrazione. Oggetto dell’umorismo – il mondo della moda, la sua élite ed i suoi miti: magrezza, sorrisi stampati in faccia, cordialità, leggerezza.

Palombo, prima designer della settimana della moda di Milano e poi originale satiro, conosce bene il mondo che disegna. Ha creato modelli e sfilato davanti agli occhi ammirati del mondo. Ha rivoluzionato ed iniziato, come dichiara in alcune interviste, molte tendenze che caratterizzano la moda contemporanea. Ha conosciuto i protagonisti del fashion-biz e ne ha suscitato, dice, le invidie e le critiche. A soli 33 anni lascia le passerelle e si dedica alla sua passione per le illustrazioni realizzando Vanitas, Inshallah – il “primo fashion show illustrato al mondo” – che precede il più celebre blog Humor Chic. Filo conduttore: mettere a nudo la moda, scavarne la superficie e portarne in luce gli aspetti controversi, contraddittori, le perversioni, i giochi di potere. Demistificare la rappresentazione mediatica opaca e ingannevole della moda, dei suoi imperativi e dei suoi esponenti – dai designer, come Valentino, Karl Lagarfeld e Rachel Zoe, alle grandi Anna Wintour e Carine Roitfeld, passando per le icone come Victoria Beckham ma anche Homer Simpson. Come a dire: nessun membro “della cricca” si salva – né chi la moda la fa né, soprattutto, chi la racconta.

Ecco così che il caso Humor Chic esplode già qualche tempo fa con le rappresentazioni spietate della magrezza che sfociano in un’ode (assolutamente ironica) dell’anoressia. Nei disegni di Palombo troviamo teste celebri come quelle della signora Beckham incastrate su scheletri leopardati molto fashion. Il tutto corredato con consigli del tipo: “Se vuoi essere magra mangia una mela a colazione, pranzo e cena – ma bada che sia rossa, perché sembra più succosa e alla moda”. Inutile, però, combattere le devianze portate dalla malattia-della-magrezza tessendo le lodi dell’essere “in carne” perché Palombo mette corpi obesi tra due fette di pane McDonald, li copre di insalata e ti chiede “Are you loving it?” (Ti piace così?). Insomma, non c’è scampo: bisogna riflettere su argomenti e contro-argomenti. Schierarsi acriticamente non è un’opzione.

Oltre ai miti dissacrati, ci sono anche le denunce di vizi che “sporcano” l’equilibrio (a questo punto, solo apparente) di un mondo che sembra “immune” alla grettezza umana. Ecco allora che i dettagli più sordidi della vita “fiscale” di Valentino lo trasformano in un Paperon De’ Paperoni felice di risparmiare denari sonanti evadendo le tasse. E poi, ci sono i pregiudizi che contraddicono convenzioni e convinzioni della moda, ad esempio quelle legate all’omosessualità. Così, le dichiarazioni di Lagarfeld sui matrimoni gay e le difficoltà dei figli con “due padri” ce lo riportano incinto, ma sempre delicato come un giunco.

Palombo punta il dito anche contro scelte discutibili, come quella del numero natalizio 2010 di Vogue Parigi. Oggetto della controversia umoristica la scelta della Roitfeld e del guest editor Tom Ford di “addobbare” baby modelle (molto baby) con vestiti e trucchi da adulte. Il dettaglio è di Tom Ford, quindi decisamente di qualità, questo non si discute – ma finisce per essere “Il regalo perfetto per i pedofili”. Imperdibili le rappresentazioni delle “battaglie mediatiche”, del tipo “Facebook vs. Twitter” con Mark Zuckerberg che spara agli uccelletti blu di Twitter con tanto di guanto bianco da caccia alla volpe. Imperdibili anche i consigli erotici di Anna Wintour “sperimentati” su Homer Simpson.

Vizi e invidie. Perversioni e disonestà. Superficialità e false cordialità. Tutto illustrato per dire: “non lasciatevi trarre in inganno”. Certamente qualcuno potrà obiettare che Palombo agisce per vendetta, cadendo preda degli istinti che egli stesso denuncia. Obiezione poco pertinente, perché Palombo non realizza Humor Chic per mostrarsi “migliore degli altri”. Palombo si limita a raccontare, con geniale umorismo, cose che non tutti sanno e lascia che siano i lettori, poi, a decidere che cosa ne pensano. Crea piccoli shock-culturali che però ci svegliano dal nostro torpore e favoriscono quella che in gergo si chiama “opinione pubblica informata”, unica garanzia di libertà collettiva. La moda è nuda! A voi scegliere come rivestirla dopo aver letto ogni giorno la vostra pillola di Humor Chic – altamente consigliata per gli effetti benefici sul nostro cervello.

Post orginale@ http://www.dmoda.it/2011/05/16/humor-chic-by-alexandro-palombo/

Artwork by aleXsandro Palombo - http://www.humorchic.blogspot.com/


martedì 10 maggio 2011

RHYME – Fi(r)st

Tracklist:

1. TV Liars
; 2. Rise Again
; 3. Under Torture
; 4. Lovers; 5. Step Aside
; 6. The Pleasure Game
; 7. Hiding From The Dark
; 8. Keep On Foolin'
; 9. Emotions
; 10. Feed My Anger
; 11. Your Scars



Nel mare magnum della produzione musicale contemporanea esiste, vale la pena di ricordarlo, del vero talento. Niente a che fare con quello propagandato in TV ed i Rhyme questo lo sanno bene perché hanno deciso di aprire il loro album di esordio con un pezzo che definisce “bugiardi” talent-show e “talentuosi” partecipanti. Lombardi, quattro veri musicisti, usciti di recente con il loro primo lavoro Fi(r)st, i Rhyme difficilmente possono essere consideratiì una band emergente.
Fi(r)st non ha il sound di un esordio ma di un lavoro solido, pensato, maturo. La forza con cui colpisce è proprio quella di un pugno ben assestato (il gioco di parole tra primo –first- e pugno –fist-), dato con rabbia ma, anche, con estrema consapevolezza. Chi ama l’hard rock ed è in astinenza da buoni lavori ormai da qualche tempo, deve avere questo album: undici tracce che tolgono la sete di buona musica, caricano a dovere e, in certi punti, sono perfino sensuali come lo sapevano essere i grandi pezzi made in USA di qualche tempo fa.

Fin dall’apertura con TV Liars, ti rendi conto che stai ascoltando un buon rock e un po’ temi che la seconda o la terza traccia già ti deludano… E invece no! Fi(r)st è bello tutto, dall’inizio alla fine. Rise Again, Lovers, Hiding from the dark sono tutti pezzi eccellenti – ma è difficile dire che gli altri siano da meno. Pleasure Game è, lasciatemelo dire, la canzone che tutte noi “ragazze cattive” vorremmo che qualcuno componesse per noi.

Non solo Gabriele Gozzi è una delle voci più interessanti che si siano sentite negli ultimi tempi. La chitarra di Matteo Magni, il basso di Riccardo Canato e la batteria di Guido Montanarini sono essenziali, cruciali nel successo di questo lavoro che unisce in maniera esemplare voce e strumenti. Questi sono quattro rocker veri. Questo è davvero un disco da thumb up, come direbbero gli americani.

Ascoltandolo, si può pensare che i Rhyme non siano neanche italiani e invece lo sono e sono davvero bravi. Se vi sembra impossibile che in Italia si faccia del buon hard rock, non dovete preoccuparvi: probabilmente soffrite di sindrome da stress post-traumatico dovuta ai troppi talent show in circolazione e ai finti rockettari che li popolano.
Auguriamo ai Rhyme un grande successo, di fare tanti altri album come questo e di fare un tour che li porti da Nord a Sud un po’ più vicino ai fan dell’hard rock in astinenza e afflitti dalla sindrome di cui sopra. Ce n’è bisogno.

post originale@:http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1764

mercoledì 4 maggio 2011

H&M “FASHION AGAINST AIDS”. UN IMPEGNO CONCRETO


Si chiama "Fashion Against AIDS" (FAA) ed è l'iniziativa di H&M contro l'AIDS che arriverà nei negozi il prossimo 26 aprile. Si tratta di una collezione dal gusto sportivo, easy e comoda, come coloro che la porteranno. I capi FAA si troveranno nel reparto Divided, quello dove più spesso proprio i più giovani scelgono i propri capi di abbigliamento H&M. La collocazione al reparto Divided non è casuale: FAA è un'iniziativa volta a sensibilizzare i più giovani sulla necessità di vivere il proprio corpo e la propria sessualità con libertà ma proteggendosi, praticando sesso sicuro e scegliendo sempre consapevolmente.
L'idea dietro l'iniziativa è semplice, ma è forse proprio per questo che si tende a dimenticarla troppo spesso: l'AIDS non è una malattia che riguarda solo paesi più poveri, dove le condizioni di vita sono precarie, l'incidenza dell'HIV è elevatissima ma, soprattutto, non accenna a diminuire. L'AIDS non è, come si diceva negli anni '80, la "malattia degli omosessuali". L'AIDS riguarda tutti noi. Noi, donne e uomini, ragazze e ragazzi liberi di scegliere di vivere la nostra sessualità come meglio crediamo e che, forse per la troppa libertà, ci dimentichiamo che dobbiamo sempre prestare attenzione, per noi stessi e per proteggere chi amiamo. Attenzione: nessun moralismo dietro la mission di questa iniziativa. Si parla di consapevolezza, non di colpevolezza. La linea quindi, non mortifica il look ma al contrario si presta, molto sensibilmente, a vestire uomini e donne consapevoli e, dunque, davvero liberi di scegliere. FAA propone un look unisex, con T-shirt, giubbotti e tutoni che invitano a mettersi a proprio agio, che si possono portare come si preferisce, personalizzare, reinventare. Esattamente come con il sesso, direi. Ognuno di noi lo pratica, senza differenze di sesso, ma ciascuno con le proprie "preferenze". Così la linea FAA non suggerisce differenze ma permette di esprimere se stessi. Le ragazze si divertono scegliendo capi dal look maschile, mentre i ragazzi mixano diversi stili. Il punto di partenza di questa collezione sono le forme e i dettagli, con T-shirt sportive, giubbotti e parka che possono essere personalizzati arrotolando le maniche o staccandole grazie alle cerniere, capi da indossare con cinture in vita e pezzi completamente trasformabili. Modelli comodi e caratterizzati da colori naturali e pastello adatti a tutti. Il parka drappeggiato, una volta tolte le maniche, diventa un abito da ragazza. Le T-shirt con le scritte, oversize o asimmetriche, possono essere indossate da tutti in tanti modi diversi. Particolarmente "comunicativi" sono i capi coperti con le scritte dell'iniziativa: il messaggio di FAA si può e si deve portare addosso, senza fatica e con molta praticità. Perché è un messaggio importante che deve girare quanto più possibile.
Questo è il quarto anniversario dell’iniziativa FAA di H&M volta a promuovere il sesso sicuro e a sensibilizzare i giovani nei confronti del problema dell’HIV/AIDS attraverso le scritte sui capi e le iniziative delle organizzazioni a cui sono devoluti i fondi raccolti (25% delle vendite). Le donazioni sono state suddivise tra diverse associazioni: Designers Against AIDS (DAA), l’ONG che ha fatto conoscere ad H&M il concetto di Fashion Against AIDS e che promuove la consapevolezza dell’HIV/AIDS tra i giovani attraverso la ricerca di nuovi metodi affinché le azioni di sensibilizzazione siano realizzate dai giovani per i giovani; YouthAids per i suoi progetti ad Haiti e in Russia con lo scopo di prevenire la diffusione dell’HIV/AIDS nelle zone più colpite; MTV Staying Alive Foundation e l’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione. Nessun modo migliore di avviarsi verso la bella stagione: con addosso qualcosa che ha davvero significato.

post originale @:http://www.dmoda.it/2011/04/21/hm-fashion-against-aids-un-impegno-concreto/

venerdì 18 marzo 2011

CRUSADE – Crusade


(2011) Autoproduzione


Tracklist:
1. Strength and fight
2. Blow off (feat. Gigi Allin)
3. Lost Control
4. Naked Babes





Going South, fino a Catania.

L’Ep di Crusade si può ascoltare più e più volte mentre si percorre tutta l’Italia. Ammesso che si abbia buona resistenza e non sia stata una giornata particolarmente fastidiosa… In effetti Crusade consiste di quattro tracce pestate e pesanti, gridate, sguaiate. L’effetto complessivo però, non è quello di incanalare la nostra rabbia o di farci venire voglia di spaccare tutto. Crusade scatena sentimenti misti perché fatto di alti e bassi, come spesso accade a lavori di gruppi giovani.

A dire il vero, giovani siciliani così arrabbiati non mi era ancora capitato di incontrarne e questo è senza dubbio un elemento di pregio. L’essere giovani ed incazzati ci piace, ma non è di per sé una garanzia né, tantomeno, è sufficiente.

Sono spacconi e rumorosi, questi Crusade. “Spacconi” non nel senso che spaccano, ma che buttano in fuori petto, chitarre e piatti gonfi di rabbia e ti si lanciano contro, apparentemente senza una buona ragione (come abbiamo fatto probabilmente tutti a un concerto). Il nome stesso non è scelto a caso: sono davvero in battaglia con questa batteria potente e questi riff di chitarra aggressivi. Forse, però, sono giovani kamikaze, più che astuti combattenti.

Strenght and Fight dà subito una prima idea di questo “gap” tra l’aggerssività e l’atteggiamento spavaldo, da una parte, e la poca capacità di convincere dall’altro. L’aggressività e l’atteggiamento ci sono, le chitarre e la batteria (soprattutto) ci sono. La voce di Gianluca, però, ha un non so che di sfida dentro, qualcosa che vorrebbe attirarti, sedurti con forza, ma resta acerba. Lo stesso si può dire dei cori che non riescono ad arrivare a quella potenza che vorrebbero avere.

Blow off dà qualcosa in più: c’è più sintonia tra voce e linea musicale, lo stile del gruppo è più chiaro e, in definitiva, questa traccia non è affatto male. Resta ancora una volta però, una piccola delusione: alla fine non ce la fanno a “stenderti” di forza, neanche quando tentano di raggiungere il punto più basso a livello vocale.Lost Control è delirante, non so se più simpaticamente o fastidiosamente. Anche qui il potenziale si intravede, soprattutto da un punto di vista strumentale. Peccato per l’inserto finale, registrato backstage, nel quale si spezza il ritmo pesante dell’ep con un momento di “relax” dove ci si racconta “quanto siamo sfatti noi giovani aggressivi” mentre qualcuno (esausto, probabilmente) sfiata dentro un’armonica. Naked babes non segue un andamento diverso dal resto del disco che, in definitiva, sa di già sentito. Difficile distinguere le tracce una dall’altra o distinguerle dalle migliaia di track spaccone e spaccanti che recitano il cliché hardcore.

Forse è solo presto per i Crusade, forse c’è da lavorare ancora. Come in tutti gli esordi, le idee non sono chiarissime: si vuole affermare la propria identità, anche chiamando il proprio lavoro come il gruppo stesso. Per la serie “questi siamo noi”.

Ma, alla fine, si finisce per fare un sacco di confusione. Poco male, col tempo si cresce e si sistema tutto, si impara a fare le debite distinzioni e ad articolarla, la rabbia, senza necessariamente vomitarla addosso al pubblico. Restiamo in attesa.


post originale @: http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1714