mercoledì 4 maggio 2011

H&M “FASHION AGAINST AIDS”. UN IMPEGNO CONCRETO


Si chiama "Fashion Against AIDS" (FAA) ed è l'iniziativa di H&M contro l'AIDS che arriverà nei negozi il prossimo 26 aprile. Si tratta di una collezione dal gusto sportivo, easy e comoda, come coloro che la porteranno. I capi FAA si troveranno nel reparto Divided, quello dove più spesso proprio i più giovani scelgono i propri capi di abbigliamento H&M. La collocazione al reparto Divided non è casuale: FAA è un'iniziativa volta a sensibilizzare i più giovani sulla necessità di vivere il proprio corpo e la propria sessualità con libertà ma proteggendosi, praticando sesso sicuro e scegliendo sempre consapevolmente.
L'idea dietro l'iniziativa è semplice, ma è forse proprio per questo che si tende a dimenticarla troppo spesso: l'AIDS non è una malattia che riguarda solo paesi più poveri, dove le condizioni di vita sono precarie, l'incidenza dell'HIV è elevatissima ma, soprattutto, non accenna a diminuire. L'AIDS non è, come si diceva negli anni '80, la "malattia degli omosessuali". L'AIDS riguarda tutti noi. Noi, donne e uomini, ragazze e ragazzi liberi di scegliere di vivere la nostra sessualità come meglio crediamo e che, forse per la troppa libertà, ci dimentichiamo che dobbiamo sempre prestare attenzione, per noi stessi e per proteggere chi amiamo. Attenzione: nessun moralismo dietro la mission di questa iniziativa. Si parla di consapevolezza, non di colpevolezza. La linea quindi, non mortifica il look ma al contrario si presta, molto sensibilmente, a vestire uomini e donne consapevoli e, dunque, davvero liberi di scegliere. FAA propone un look unisex, con T-shirt, giubbotti e tutoni che invitano a mettersi a proprio agio, che si possono portare come si preferisce, personalizzare, reinventare. Esattamente come con il sesso, direi. Ognuno di noi lo pratica, senza differenze di sesso, ma ciascuno con le proprie "preferenze". Così la linea FAA non suggerisce differenze ma permette di esprimere se stessi. Le ragazze si divertono scegliendo capi dal look maschile, mentre i ragazzi mixano diversi stili. Il punto di partenza di questa collezione sono le forme e i dettagli, con T-shirt sportive, giubbotti e parka che possono essere personalizzati arrotolando le maniche o staccandole grazie alle cerniere, capi da indossare con cinture in vita e pezzi completamente trasformabili. Modelli comodi e caratterizzati da colori naturali e pastello adatti a tutti. Il parka drappeggiato, una volta tolte le maniche, diventa un abito da ragazza. Le T-shirt con le scritte, oversize o asimmetriche, possono essere indossate da tutti in tanti modi diversi. Particolarmente "comunicativi" sono i capi coperti con le scritte dell'iniziativa: il messaggio di FAA si può e si deve portare addosso, senza fatica e con molta praticità. Perché è un messaggio importante che deve girare quanto più possibile.
Questo è il quarto anniversario dell’iniziativa FAA di H&M volta a promuovere il sesso sicuro e a sensibilizzare i giovani nei confronti del problema dell’HIV/AIDS attraverso le scritte sui capi e le iniziative delle organizzazioni a cui sono devoluti i fondi raccolti (25% delle vendite). Le donazioni sono state suddivise tra diverse associazioni: Designers Against AIDS (DAA), l’ONG che ha fatto conoscere ad H&M il concetto di Fashion Against AIDS e che promuove la consapevolezza dell’HIV/AIDS tra i giovani attraverso la ricerca di nuovi metodi affinché le azioni di sensibilizzazione siano realizzate dai giovani per i giovani; YouthAids per i suoi progetti ad Haiti e in Russia con lo scopo di prevenire la diffusione dell’HIV/AIDS nelle zone più colpite; MTV Staying Alive Foundation e l’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione. Nessun modo migliore di avviarsi verso la bella stagione: con addosso qualcosa che ha davvero significato.

post originale @:http://www.dmoda.it/2011/04/21/hm-fashion-against-aids-un-impegno-concreto/

venerdì 18 marzo 2011

CRUSADE – Crusade


(2011) Autoproduzione


Tracklist:
1. Strength and fight
2. Blow off (feat. Gigi Allin)
3. Lost Control
4. Naked Babes





Going South, fino a Catania.

L’Ep di Crusade si può ascoltare più e più volte mentre si percorre tutta l’Italia. Ammesso che si abbia buona resistenza e non sia stata una giornata particolarmente fastidiosa… In effetti Crusade consiste di quattro tracce pestate e pesanti, gridate, sguaiate. L’effetto complessivo però, non è quello di incanalare la nostra rabbia o di farci venire voglia di spaccare tutto. Crusade scatena sentimenti misti perché fatto di alti e bassi, come spesso accade a lavori di gruppi giovani.

A dire il vero, giovani siciliani così arrabbiati non mi era ancora capitato di incontrarne e questo è senza dubbio un elemento di pregio. L’essere giovani ed incazzati ci piace, ma non è di per sé una garanzia né, tantomeno, è sufficiente.

Sono spacconi e rumorosi, questi Crusade. “Spacconi” non nel senso che spaccano, ma che buttano in fuori petto, chitarre e piatti gonfi di rabbia e ti si lanciano contro, apparentemente senza una buona ragione (come abbiamo fatto probabilmente tutti a un concerto). Il nome stesso non è scelto a caso: sono davvero in battaglia con questa batteria potente e questi riff di chitarra aggressivi. Forse, però, sono giovani kamikaze, più che astuti combattenti.

Strenght and Fight dà subito una prima idea di questo “gap” tra l’aggerssività e l’atteggiamento spavaldo, da una parte, e la poca capacità di convincere dall’altro. L’aggressività e l’atteggiamento ci sono, le chitarre e la batteria (soprattutto) ci sono. La voce di Gianluca, però, ha un non so che di sfida dentro, qualcosa che vorrebbe attirarti, sedurti con forza, ma resta acerba. Lo stesso si può dire dei cori che non riescono ad arrivare a quella potenza che vorrebbero avere.

Blow off dà qualcosa in più: c’è più sintonia tra voce e linea musicale, lo stile del gruppo è più chiaro e, in definitiva, questa traccia non è affatto male. Resta ancora una volta però, una piccola delusione: alla fine non ce la fanno a “stenderti” di forza, neanche quando tentano di raggiungere il punto più basso a livello vocale.Lost Control è delirante, non so se più simpaticamente o fastidiosamente. Anche qui il potenziale si intravede, soprattutto da un punto di vista strumentale. Peccato per l’inserto finale, registrato backstage, nel quale si spezza il ritmo pesante dell’ep con un momento di “relax” dove ci si racconta “quanto siamo sfatti noi giovani aggressivi” mentre qualcuno (esausto, probabilmente) sfiata dentro un’armonica. Naked babes non segue un andamento diverso dal resto del disco che, in definitiva, sa di già sentito. Difficile distinguere le tracce una dall’altra o distinguerle dalle migliaia di track spaccone e spaccanti che recitano il cliché hardcore.

Forse è solo presto per i Crusade, forse c’è da lavorare ancora. Come in tutti gli esordi, le idee non sono chiarissime: si vuole affermare la propria identità, anche chiamando il proprio lavoro come il gruppo stesso. Per la serie “questi siamo noi”.

Ma, alla fine, si finisce per fare un sacco di confusione. Poco male, col tempo si cresce e si sistema tutto, si impara a fare le debite distinzioni e ad articolarla, la rabbia, senza necessariamente vomitarla addosso al pubblico. Restiamo in attesa.


post originale @: http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1714

venerdì 18 febbraio 2011

FALLINGICE - MEATSUIT




(2010) UK Division Records


http://www.myspace.com/fallingice







Tracklist:
1. Unclear
2. Another Day
3. Inner Confusion
4. Soap Bubble
5. Breathing Machine
6. Hands In Chains
7. Desired
8. Teenage Boy
9. Memories
10. Too Bored To Die
11. My Cold Heart



Ci sono alcune (rare) occasioni in cui gruppi italiani emergenti riescono a non farti mancare troppo la musica di quelle band nate anni fa oltreoceano (mai stati a Seattle?), quando il rock era diventato il modo più efficace per sintetizzare la complessità delle nostre esistenze, dai pensieri più banali e stupidi agli attacchi di rabbia più incontrollabili. I Fallingice ci offrono con Meatsuit una di queste rare occasioni.

Per ognuno degli undici pezzi di questo lavoro d'esordio possiamo fare l’esercizio di trovare tracce delle sonorità dei nostri cari Nirvana, degli Alice in Chains ma anche dei Creed e degli Alter Bridge (perfino dei Litfiba!), se volessimo non limitarci alle sole influenze grunge così evidenti nel sound di questo lavoro.

A dire il vero, però, sarebbe tempo sprecato perché i 46 minuti di Meatsuit possono essere meglio impiegati nell’ascolto rilassato di un album coinvolgente, ben fatto, ben suonato, che sicuramente ti riporta alla mente tanti ricordi e tante delle band che hai amato, ma che ha certamente una sua impronta di originalità.

Ci piace l’insieme compatto e coerente di voce arrabbiata, riff di chitarra solidi ma anche virtuosi, la costanza della batteria che sembra senza sosta, come è bene che sia in un buon lavoro rock. L’inizio è efficace conUnclear e Another Day che marcano subito il ritmo dell’album, destinato a crescere con Soap bubble,Breathing Machine e Hands in Chains. Da segnalare anche Desired e Memories che, pur rallentando leggermente, comunicano un’altalena di forza e pacatezza. Interessante la chiusura con My cold heart che porta tutti i fili del lavoro insieme ed è, forse, il pezzo più bello tra tutti.

Meatsuit arriva come album di esordio di una formazione che di esperienza alle spalle ne ha – e si sente. Non serve stare a classificare il genere, a rintracciare le influenze e neanche fissarsi sul decifrare se e come eventuali stonature siano volute citazioni à-la-Cobain o meno. Meatsuit porta insieme suoni e vocalità che ci erano mancate.

Il trio c’è, è buono, è rock e non ha bisogno di niente di più delle tre chiavi del rock: buona voce, buona chitarra, buon ritmo. In un’epoca dove il commerciale impera e la buona musica è merce sempre più rara, fa piacere incontrare un sound arrabbiato e ben suonato.

Eventuali imprecisioni che gli ascoltatori più puntigliosi ed esperti potrebbero trovare si perdono, a nostro avviso, nel contesto di un disco che ci fa piacere sapere essere italiano. Auguriamo ai Fallingice una brillante carriera e nuovi lavori che speriamo crescano lungo la scia di Meatsuit, genuinamente rock.


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venerdì 11 febbraio 2011

PENNYWISE + THE REAL McKENZIES @ Estragon (BO)













A Bologna arrivano i Pennywise in versione brand new con il cantante Zoli Téglás, arrivato nel 2009 dagli Ignite e che ancora non mi è capitato di vedere live con Fletcher e compagnia bella. Niente di nuovo sotto il sole della California dal 2008. I Pennywise ci hanno regalato un disco ogni due anni negli ultimi 20 anni, ci eravamo abituati bene, ma si sa che ultimamente il clima non è stato dei più sereni e che c’era qualche piccolo “aggiustamento” da fare. In attesa del nuovo lavoro, non dispiace affatto assistere al loro show bolognese né di sapere che, al loro fianco, ci saranno The Real McKenzies, che ormai vengono spesso in Italia e, detto tra noi, speriamo che ritornino presto. Fuori c’è gente che al botteghino chiede se i Real McKenzies verranno davvero, come se non si fidasse.
In effetti, Pennywise e The Real McKenzies sono dei veterani e non solo musicalmente: le loro lunghe carriere sono costellate da episodi incredibilmente e riottosamente divertenti, potrebbero anche decidere all’ultimo di non suonare o non presentarsi affatto. Ma se tirassero pacco stasera sarebbe un peccato: tutti hanno un sacco di aspettative per entrambi i gruppi.

Cominciano i canadesi, con i loro kilt e le loro voci all’unisono, subito sostenute dalla cornamusa travolgente di Gord Taylor e dal ritmo scottish (ad alto tasso alcolemico) dell’intero gruppo. Paul McKenzie, capobanda, trascina senza sosta tutti quanti. Loro inneggiano al bere fiumi di whiskey, poi facciamo tutti insieme la conta di quanti bastardi ci sono stasera prima di cantare Bastards. Regalano uno show che scalda per bene, in modo da essere davvero pronti per i Pennywise.
Io, di natura, sono una scettica e non credo che il cambiamento sia sempre positivo, soprattutto se si cambia setting dopo uno scazzo gigantesco.

I Pennywise mi hanno fatta ricredere, erano e rimangono una potenza. Sembrano rinati e non hanno paura di confrontarsi con il passato e Zoli è una potenza. Partono da Fight Till You Die e, vi dico, sono un vero e proprio tornado. Passano a Every Single Day, My Own Country, Can’t Believe It (e qua si salta un sacco!) e via in un turbinio di pezzi che comprendono anche Fuck Authority (grazie!) e una entusiasmante versione di Stand by Me (che a noi ragazze piace sempre tanto). Suonano 17 pezzi in fila uno all’altro con una forza che temevo potesse essere diminuita a causa del cambio del frontman ma, evidentemente, dalle peggiori incazzature viene fuori una gran energia.

Encore prima con Pennywise e poi, prendendo sul palco mezzo Estragon e anche tutti i The Real McKenzies, con Bro Hymn. E’ un delirio di divertimento. Una gran serata.
C’è da dire che Pennywise piacciono sempre anche per la loro immutata schiettezza nel commentare le infamie di questo mondo (e allora nessuno si dimentichi quello che succede in Egitto o in Afghanistan, anche se si salta e si suda) e di creare consapevolezza. E allora tutti a firmare per Sea Sheperd, al banchetto in fondo alla sala, perché è più che importante. Insomma, a Febbraio 2011 ritroviamo dei Pennywise più grandi (in età ma anche in volume della muscolatura), ancora più potenti di prima e ben accompagnati dalle lande canadesi.
Una serata così, giuro, non la passavo da un pezzo.


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Pictures by Enrico Dal Boni http://www.hatetv.it/photobook/photobook_detail.php?ID=649

martedì 18 gennaio 2011

ANATHEMA - ESTRAGON (Bo)


Quando gli Anathema salgono sul palco dell’Estragon li guardo uno ad uno prendere posto e subito mi viene in mente la parola politeness, che in inglese sta per un modo di fare altamente rispettoso e che, per questo, mette i presenti a proprio agio. Ma il loro rispetto per il pubblico non è una questione di formalismi: è fatto di precisione, professionalità, di costante pienezza del suono. Non solo ci si sente a proprio agio, sotto il palco dell’Estragon, ma ci si lascia rapire.

Sappiamo di essere qui per ascoltare “We’re here because we’re here” ma gli Anathema cominciano da ben più lontano e, come se ci fosse un tacito accordo tra noi e loro, nessuno sembra particolarmente ansioso di arrivare ai pezzi più recenti. Il magnetismo della solida triade formata dai fratelli Cavanagh ci lascia inermi, ma pienamente fiduciosi.

Si parte dalle forti “Deep” e “Pitiless” per poi passare alla struggente e amara “Forgotten Hopes “ e a “Destiny is dead”. Si fa poi un passo indietro ad “Alternative 4”, prima con la coinvolgente “Empty” e poi con “Lost Control”, con la quale si risvegliano immediatamente emozioni e ricordi lontani. Il violino ci riporta con un’incredibile facilità a dieci e più anni fa, come se facesse inevitabilmente cortocircuito con le nostre emozioni, e ci conduce a “Destiny”.

È quasi impossibile distrarsi. Il magnetismo si fa ancora più forte nei pezzi di “A natural disaster” (“Balance”, “Closer” e l’omonima “A natural disaster”) con i quali arriva anche la voce delicata e avvolgente di Lee Douglas. Poi ancora “Judgement”, “Temporary Peace” e “Flying”. “Are you there?” in versione acustica segna il confine tra la reinterpretazione, matura e professionale, del lungo percorso degli Anathema e la complessità che caratterizza il loro nuovo lavoro: “We’re here because we’re here”.

I pezzi di “We’re here because we’re here” sono permeati da un gioco di contrasti sonori ed emozionali che gli Anathema riproducono in modo magistrale dal vivo. La seconda parte di concerto è nutrita dalla tensione tra uno ying e uno yang che necessariamente si completano e che non può che trovare nei duetti tra Vincent Cavanagh e Lee Douglas la sua realizzazione più evidente. Il titolo stesso del lavoro rivela l’estrema consapevolezza della condizione umana: We’re here because we’re here, siamo qui perché siamo qui, non abbiamo scelto ma dobbiamo vivere comunque. E così, viviamo tra entusiasmo, fiducia, sollievo, incoscienza, spiritualità e la complessità dei rapporti (le atmosfere di “Thin Air”, “Summernight horizon”, “Dreaming light”, “Everything” e “Angels Walk Among Us”) e il turbamento, il dubbio, la rabbia strisciata tra i denti, la malinconia (“Presence”, “A simple mistake”, “Get Off, Get Out”, “Universal”, “Hindsight”).

Non siamo più semplicemente rapiti dall’incredibile atmosfera che si è creata durante l’intero concerto. Ne siamo diventati parte integrante. I pezzi di “We’re here because we’re here” raccontano molto di noi, delle nostre contraddizioni e di come riusciamo a metterle insieme nell’unicum della nostra esperienza personale, così particolare, eppure, così condivisa. Mai come in questo album gli Anathema arrivano a rendere la complessità attraverso il suono. Uno dopo l’altro, i pezzi del nuovo lavoro tirano i fili della loro intera produzione portando sul palco tutta la loro maturità. Eppure, non c’è soluzione di continuità tra il vecchio e il nuovo. C’è sintesi. C’è crescita.

see original post@ http://www.loudvision.it/musica-concerti-anathema-concerto-bologna-treviso-estragon-new-age-club--641.html

picture by Enrico http://pizzamargherita.blogspot.com/2010_11_01_archive.html#2851439645107004521

sabato 15 gennaio 2011

TRIVISION – Muoversi nel liquido




(2010 – Indeed! Record)

Sito web ufficiale http://www.trivision.cc/




Tracklist:
1. Tra Le Sue Braccia Un’altra Sera
2. Involucro
3. Negativa
4. Anno 09
5. Cronotopo I
6. Cronotopo Ii
7. Zanapra
8. Ore Riflesse
9. Fiume Nero
10. Quello Che Non C’è
11. Venere
12. Dentro La Crisi

Per muoversi nel liquido ognuno di noi adotta la propria tecnica coerentemente con le proprie capacità e la propria confidenza con il liquido in cui si è immersi. Si può annaspare oppure si può disegnare movimenti fluidi con gambe, braccia e corpo intero, come nelle squadre di nuoto sincronizzato. L’album dei Trivision, “Muoversi nel liquido”, non corrisponde a nessuno di questi due casi estremi. I giovani lodigiani ci consegnano un’opera prima che non è impacciata nè ingenua ma che, nonostante tutto, sa definitivamente di esordio.

Abbandonate le produzioni in inglese del loro primo periodo, i Trivision fanno convergere alternative rock, nu metal, un po’ di power e un po’ di metal classico in 12 pezzi cantati in italiano ma non tutti ugualmente convincenti, né coinvolgenti. Le sonorità sono forti ed accattivanti, certamente di impatto. Portare insieme tanti strand e tante derivazioni non è facile ma i Trivision ci riescono bene per quasi tutto il disco. Ciò che meno convince è la linea vocale, troppo spesso pulita e non totalmente coerente con la struttura musicale complessa dei pezzi. Poco screamo, ne servirebbe di più. Troppo polite, quando invece si potrebbe osare. “Muoversi nel liquido” funziona meglio con i ritmi più lenti, convince di più quando si crea un’atmosfera intima piuttosto di quando vuole “spaccare”. Ma i Trivision sanno fare bene, lo dimostra la chiusura del lavoro –“Dentro la crisi” – che graffia, urla e, in definitiva, comunica molto di più del resto del disco. Sono proprio i due pezzi più estremi, la cattiva “Dentro la crisi” e la bella “Zanopia” a rivelare il potenziale del gruppo sia da un punto di vista vocale sia strumentale. Il mixing-up di generi ed influenze è il loro tratto distintivo e, senza dubbio, il tentativo di creare una propria unicità reinterpretando ciò che piace è apprezzabile ed ammirabile. Riescono meglio nella seconda parte del disco, da “Zanopia” in avanti, piuttosto che nella sequenza iniziale di brani dai testi un po’ troppo semplici (le parole sembrano prese solo per il suono che hanno e meno per quel che significano) che poco collimano con ritmi molto serrati.

Non è facile muoversi nel liquido. Anche quando si pensa di aver acquisito un po’ di sicurezza poi si può scivolare, ma non fa niente: è solo l’inizio. L’importante è riprendere il movimento dopo ogni sbavatura tendendo non tanto alla perfezione (questi ragazzi sono bravi, si sente) ma all’armonia e alla coordinazione…perché è nell’insieme armonico e coordinato delle singole parti che il movimento nel liquido affascina. Proprio come nel nuoto sincronizzato.

lunedì 10 gennaio 2011

L'UOMO DEL 2011. A QUATTRO DIMENSIONI.




Non abbiamo fatto in tempo ad abituarci alla modernità del 3D che già passiamo ad un livello superiore di complessità. Per un 2011 felice e soddisfacente, l'uomo deve andare oltre ed essere a quattro dimensioni: uno, hi-tech; due, cura del corpo; tre, total look poliedrico; quattro, accessori da far invidia alle anche signore più composte. E' lungo queste quattro dimensioni che individuiamo il nuovo uomo: non più un toy-boy che vive di luce riflessa del potere delle donne che lo scelgono ma un autonomo e vero professionista, nel lavoro, nella cura del sé, nello stile e nella scelta dei dettagli che ne definiscono la personalità. Un adulto, un grown-up man.

Il grown-up man di tendenza fa della tecnologia il suo punto forte. Il suo telefono è di ultima generazione, tecnologia DSFA (Dual Sim Full Active) che permette di avere due sim contemporaneamente attive, come quelli proposti da NGM - New Generation Mobile. Attenzione: vi dirà che una è per il lavoro e una per il privato ma assicuratevi di avere entrambi i numeri - va bene che è cresciuto, ma sempre di maschio si tratta! Al computer il grown-up man preferisce piattaforme interconnesse, un comodissimo e ultraleggero i-Pad, con il quale non solo smaltirà velocissimamente la posta elettronica ma potrà scorrere tutte le foto dei suoi viaggi attirando (senza volere, si capisce!) l'attenzione di sguardi femminili (indiscreti, si capisce!). Non solo: grazie alla tecnologia, il grown-up man unirà l'utile al dilettevole - farà sempre meno fatica per andare in palestra ma si terrà comunque in forma, direttamente da casa, con la sua XBox o la sua Wii, adeguatamente attrezzate di pacchetto fitness. Non potrete certamente dargli del pigro, ma tenetelo comunque d'occhio: l'importante è che non passi dal fitness all'ultima versione di Super Mario Bros dopo solo 5 minuti.

Oltre al corpo, il grown-up man a quattro dimensioni si cura del suo viso. Basta con le odiose sopracciglia "ad ali di gabbiano" che conferiscono un'unica, bambolesca espressione. Via libera alle sopracciglia corpose e alla barba, soprattutto a quella dei 2-3 giorni, adeguatamente curata (per evitare l'effetto-clochard) ed accompagnata da attività intense di "soppressione delle occhiaie", magari con l'aiuto di prodotti facilmente rintracciabili come il Cryo-Stick anti occhiaie e anti borse di Vichy Homme. E se comincerà a minacciarvi dicendovi che sta per perdere tutti i capelli per colpa vostra e dei vostri capricci, voi non credetegli: sicuramente usa trattamenti che irrobustiscono il fusto, donano lucentezza ed allontanano lo spettro della calvizie, come quelli proposti da Kerastase Homme. Per farvi perdonare dei vostri eccessi, gettatevi tra le sue braccia e fategli mille coccole, godendovi il profumo del suo corpo, meglio se Bleu, di Chanel.

Completa lo stile un po' bourgeois-bohème un total look poliedrico, forse eccentrico, ma senza dubbio non da manichino. Il grown-up man 2011 non ama la rigidità ma gioca con i capi, anche quando è in ufficio - come mostra il look per l'inverno 2011 di Costume National Homme o quello un po' preppy di Prada. Fuori dall'ufficio si va dal look gitano di Ferragamo a quello totalmente freak proposto da Vivienne Westwood, modernamente a metà tra uno scolaretto punk e un guerriero celtico con gusto fluo. Andremo letteralmente pazze per quest'uomo consapevolmente eccessivo e aggressivo solo all'apparenza, come quello di Versace, e intellettualoide come quello di Etro.

Viaggiatore, sognatore, appassionato e misterioso non dimentica di arricchire il suo look con borse capienti, che sembrano rubate a noi signore (ma che addosso a lui non stonano affatto) come quelle mostrate da John Richmond nelle passerelle invernali. Classico, chic, alla mano cinge con le sue forti dita (allenate tenendo strettamente in mano il telecomando della Wii, ovvio!) la pelle della borsa da viaggio dell'ultima collezione uomo Vuitton o Gucci.

Ci piace quest'uomo "cresciuto". Avrà sempre bisogno di un nostro consiglio ma, almeno, non dovremo fargli da mamma. Ci divertiremo a commentare le sue scelte, a viaggiare insieme, a "mescolare" i look e i gusti, come si fa quando si è consapevolmente cresciuti. Basta ragazzini: avranno anche tante energie, ma sicuramente ci stancano prima. Meglio un uomo grown-up, educato, elegante, che sappia come offrirci il braccio per portarci a cena… e che non si aspetti che paghiamo noi!