
mercoledì 4 maggio 2011
H&M “FASHION AGAINST AIDS”. UN IMPEGNO CONCRETO

venerdì 18 marzo 2011
CRUSADE – Crusade

(2011) Autoproduzione
Tracklist:
1. Strength and fight
2. Blow off (feat. Gigi Allin)
3. Lost Control
4. Naked Babes
Going South, fino a Catania.
L’Ep di Crusade si può ascoltare più e più volte mentre si percorre tutta l’Italia. Ammesso che si abbia buona resistenza e non sia stata una giornata particolarmente fastidiosa… In effetti Crusade consiste di quattro tracce pestate e pesanti, gridate, sguaiate. L’effetto complessivo però, non è quello di incanalare la nostra rabbia o di farci venire voglia di spaccare tutto. Crusade scatena sentimenti misti perché fatto di alti e bassi, come spesso accade a lavori di gruppi giovani.
A dire il vero, giovani siciliani così arrabbiati non mi era ancora capitato di incontrarne e questo è senza dubbio un elemento di pregio. L’essere giovani ed incazzati ci piace, ma non è di per sé una garanzia né, tantomeno, è sufficiente.
Sono spacconi e rumorosi, questi Crusade. “Spacconi” non nel senso che spaccano, ma che buttano in fuori petto, chitarre e piatti gonfi di rabbia e ti si lanciano contro, apparentemente senza una buona ragione (come abbiamo fatto probabilmente tutti a un concerto). Il nome stesso non è scelto a caso: sono davvero in battaglia con questa batteria potente e questi riff di chitarra aggressivi. Forse, però, sono giovani kamikaze, più che astuti combattenti.
Strenght and Fight dà subito una prima idea di questo “gap” tra l’aggerssività e l’atteggiamento spavaldo, da una parte, e la poca capacità di convincere dall’altro. L’aggressività e l’atteggiamento ci sono, le chitarre e la batteria (soprattutto) ci sono. La voce di Gianluca, però, ha un non so che di sfida dentro, qualcosa che vorrebbe attirarti, sedurti con forza, ma resta acerba. Lo stesso si può dire dei cori che non riescono ad arrivare a quella potenza che vorrebbero avere.
Blow off dà qualcosa in più: c’è più sintonia tra voce e linea musicale, lo stile del gruppo è più chiaro e, in definitiva, questa traccia non è affatto male. Resta ancora una volta però, una piccola delusione: alla fine non ce la fanno a “stenderti” di forza, neanche quando tentano di raggiungere il punto più basso a livello vocale.Lost Control è delirante, non so se più simpaticamente o fastidiosamente. Anche qui il potenziale si intravede, soprattutto da un punto di vista strumentale. Peccato per l’inserto finale, registrato backstage, nel quale si spezza il ritmo pesante dell’ep con un momento di “relax” dove ci si racconta “quanto siamo sfatti noi giovani aggressivi” mentre qualcuno (esausto, probabilmente) sfiata dentro un’armonica. Naked babes non segue un andamento diverso dal resto del disco che, in definitiva, sa di già sentito. Difficile distinguere le tracce una dall’altra o distinguerle dalle migliaia di track spaccone e spaccanti che recitano il cliché hardcore.
Forse è solo presto per i Crusade, forse c’è da lavorare ancora. Come in tutti gli esordi, le idee non sono chiarissime: si vuole affermare la propria identità, anche chiamando il proprio lavoro come il gruppo stesso. Per la serie “questi siamo noi”.
Ma, alla fine, si finisce per fare un sacco di confusione. Poco male, col tempo si cresce e si sistema tutto, si impara a fare le debite distinzioni e ad articolarla, la rabbia, senza necessariamente vomitarla addosso al pubblico. Restiamo in attesa.
post originale @: http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1714
venerdì 18 febbraio 2011
FALLINGICE - MEATSUIT

(2010) UK Division Records
http://www.myspace.com/fallingice
Tracklist:
1. Unclear
2. Another Day
3. Inner Confusion
4. Soap Bubble
5. Breathing Machine
6. Hands In Chains
7. Desired
8. Teenage Boy
9. Memories
10. Too Bored To Die
11. My Cold Heart
Ci sono alcune (rare) occasioni in cui gruppi italiani emergenti riescono a non farti mancare troppo la musica di quelle band nate anni fa oltreoceano (mai stati a Seattle?), quando il rock era diventato il modo più efficace per sintetizzare la complessità delle nostre esistenze, dai pensieri più banali e stupidi agli attacchi di rabbia più incontrollabili. I Fallingice ci offrono con Meatsuit una di queste rare occasioni.
Per ognuno degli undici pezzi di questo lavoro d'esordio possiamo fare l’esercizio di trovare tracce delle sonorità dei nostri cari Nirvana, degli Alice in Chains ma anche dei Creed e degli Alter Bridge (perfino dei Litfiba!), se volessimo non limitarci alle sole influenze grunge così evidenti nel sound di questo lavoro.
A dire il vero, però, sarebbe tempo sprecato perché i 46 minuti di Meatsuit possono essere meglio impiegati nell’ascolto rilassato di un album coinvolgente, ben fatto, ben suonato, che sicuramente ti riporta alla mente tanti ricordi e tante delle band che hai amato, ma che ha certamente una sua impronta di originalità.
Ci piace l’insieme compatto e coerente di voce arrabbiata, riff di chitarra solidi ma anche virtuosi, la costanza della batteria che sembra senza sosta, come è bene che sia in un buon lavoro rock. L’inizio è efficace conUnclear e Another Day che marcano subito il ritmo dell’album, destinato a crescere con Soap bubble,Breathing Machine e Hands in Chains. Da segnalare anche Desired e Memories che, pur rallentando leggermente, comunicano un’altalena di forza e pacatezza. Interessante la chiusura con My cold heart che porta tutti i fili del lavoro insieme ed è, forse, il pezzo più bello tra tutti.
Meatsuit arriva come album di esordio di una formazione che di esperienza alle spalle ne ha – e si sente. Non serve stare a classificare il genere, a rintracciare le influenze e neanche fissarsi sul decifrare se e come eventuali stonature siano volute citazioni à-la-Cobain o meno. Meatsuit porta insieme suoni e vocalità che ci erano mancate.
Il trio c’è, è buono, è rock e non ha bisogno di niente di più delle tre chiavi del rock: buona voce, buona chitarra, buon ritmo. In un’epoca dove il commerciale impera e la buona musica è merce sempre più rara, fa piacere incontrare un sound arrabbiato e ben suonato.
Eventuali imprecisioni che gli ascoltatori più puntigliosi ed esperti potrebbero trovare si perdono, a nostro avviso, nel contesto di un disco che ci fa piacere sapere essere italiano. Auguriamo ai Fallingice una brillante carriera e nuovi lavori che speriamo crescano lungo la scia di Meatsuit, genuinamente rock.
original post @: http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1688
venerdì 11 febbraio 2011
PENNYWISE + THE REAL McKENZIES @ Estragon (BO)
A Bologna arrivano i Pennywise in versione brand new con il cantante Zoli Téglás, arrivato nel 2009 dagli Ignite e che ancora non mi è capitato di vedere live con Fletcher e compagnia bella. Niente di nuovo sotto il sole della California dal 2008. I Pennywise ci hanno regalato un disco ogni due anni negli ultimi 20 anni, ci eravamo abituati bene, ma si sa che ultimamente il clima non è stato dei più sereni e che c’era qualche piccolo “aggiustamento” da fare. In attesa del nuovo lavoro, non dispiace affatto assistere al loro show bolognese né di sapere che, al loro fianco, ci saranno The Real McKenzies, che ormai vengono spesso in Italia e, detto tra noi, speriamo che ritornino presto. Fuori c’è gente che al botteghino chiede se i Real McKenzies verranno davvero, come se non si fidasse.
In effetti, Pennywise e The Real McKenzies sono dei veterani e non solo musicalmente: le loro lunghe carriere sono costellate da episodi incredibilmente e riottosamente divertenti, potrebbero anche decidere all’ultimo di non suonare o non presentarsi affatto. Ma se tirassero pacco stasera sarebbe un peccato: tutti hanno un sacco di aspettative per entrambi i gruppi.
Cominciano i canadesi, con i loro kilt e le loro voci all’unisono, subito sostenute dalla cornamusa travolgente di Gord Taylor e dal ritmo scottish (ad alto tasso alcolemico) dell’intero gruppo. Paul McKenzie, capobanda, trascina senza sosta tutti quanti. Loro inneggiano al bere fiumi di whiskey, poi facciamo tutti insieme la conta di quanti bastardi ci sono stasera prima di cantare Bastards. Regalano uno show che scalda per bene, in modo da essere davvero pronti per i Pennywise.
Io, di natura, sono una scettica e non credo che il cambiamento sia sempre positivo, soprattutto se si cambia setting dopo uno scazzo gigantesco.
I Pennywise mi hanno fatta ricredere, erano e rimangono una potenza. Sembrano rinati e non hanno paura di confrontarsi con il passato e Zoli è una potenza. Partono da Fight Till You Die e, vi dico, sono un vero e proprio tornado. Passano a Every Single Day, My Own Country, Can’t Believe It (e qua si salta un sacco!) e via in un turbinio di pezzi che comprendono anche Fuck Authority (grazie!) e una entusiasmante versione di Stand by Me (che a noi ragazze piace sempre tanto). Suonano 17 pezzi in fila uno all’altro con una forza che temevo potesse essere diminuita a causa del cambio del frontman ma, evidentemente, dalle peggiori incazzature viene fuori una gran energia.
Encore prima con Pennywise e poi, prendendo sul palco mezzo Estragon e anche tutti i The Real McKenzies, con Bro Hymn. E’ un delirio di divertimento. Una gran serata.
C’è da dire che Pennywise piacciono sempre anche per la loro immutata schiettezza nel commentare le infamie di questo mondo (e allora nessuno si dimentichi quello che succede in Egitto o in Afghanistan, anche se si salta e si suda) e di creare consapevolezza. E allora tutti a firmare per Sea Sheperd, al banchetto in fondo alla sala, perché è più che importante. Insomma, a Febbraio 2011 ritroviamo dei Pennywise più grandi (in età ma anche in volume della muscolatura), ancora più potenti di prima e ben accompagnati dalle lande canadesi.
Una serata così, giuro, non la passavo da un pezzo.
See original post @ http://www.hatetv.it/articoli_detail.php?ID=1715
Pictures by Enrico Dal Boni http://www.hatetv.it/photobook/photobook_detail.php?ID=649
martedì 18 gennaio 2011
ANATHEMA - ESTRAGON (Bo)

Quando gli Anathema salgono sul palco dell’Estragon li guardo uno ad uno prendere posto e subito mi viene in mente la parola politeness, che in inglese sta per un modo di fare altamente rispettoso e che, per questo, mette i presenti a proprio agio. Ma il loro rispetto per il pubblico non è una questione di formalismi: è fatto di precisione, professionalità, di costante pienezza del suono. Non solo ci si sente a proprio agio, sotto il palco dell’Estragon, ma ci si lascia rapire.
È quasi impossibile distrarsi. Il magnetismo si fa ancora più forte nei pezzi di “A natural disaster” (“Balance”, “Closer” e l’omonima “A natural disaster”) con i quali arriva anche la voce delicata e avvolgente di Lee Douglas. Poi ancora “Judgement”, “Temporary Peace” e “Flying”. “Are you there?” in versione acustica segna il confine tra la reinterpretazione, matura e professionale, del lungo percorso degli Anathema e la complessità che caratterizza il loro nuovo lavoro: “We’re here because we’re here”.
I pezzi di “We’re here because we’re here” sono permeati da un gioco di contrasti sonori ed emozionali che gli Anathema riproducono in modo magistrale dal vivo. La seconda parte di concerto è nutrita dalla tensione tra uno ying e uno yang che necessariamente si completano e che non può che trovare nei duetti tra Vincent Cavanagh e Lee Douglas la sua realizzazione più evidente. Il titolo stesso del lavoro rivela l’estrema consapevolezza della condizione umana: We’re here because we’re here, siamo qui perché siamo qui, non abbiamo scelto ma dobbiamo vivere comunque. E così, viviamo tra entusiasmo, fiducia, sollievo, incoscienza, spiritualità e la complessità dei rapporti (le atmosfere di “Thin Air”, “Summernight horizon”, “Dreaming light”, “Everything” e “Angels Walk Among Us”) e il turbamento, il dubbio, la rabbia strisciata tra i denti, la malinconia (“Presence”, “A simple mistake”, “Get Off, Get Out”, “Universal”, “Hindsight”).
Non siamo più semplicemente rapiti dall’incredibile atmosfera che si è creata durante l’intero concerto. Ne siamo diventati parte integrante. I pezzi di “We’re here because we’re here” raccontano molto di noi, delle nostre contraddizioni e di come riusciamo a metterle insieme nell’unicum della nostra esperienza personale, così particolare, eppure, così condivisa. Mai come in questo album gli Anathema arrivano a rendere la complessità attraverso il suono. Uno dopo l’altro, i pezzi del nuovo lavoro tirano i fili della loro intera produzione portando sul palco tutta la loro maturità. Eppure, non c’è soluzione di continuità tra il vecchio e il nuovo. C’è sintesi. C’è crescita.
see original post@ http://www.loudvision.it/musica-concerti-anathema-concerto-bologna-treviso-estragon-new-age-club--641.html
picture by Enrico http://pizzamargherita.blogspot.com/2010_11_01_archive.html#2851439645107004521
sabato 15 gennaio 2011
TRIVISION – Muoversi nel liquido

lunedì 10 gennaio 2011
L'UOMO DEL 2011. A QUATTRO DIMENSIONI.

